Cari Fratelli,

come tutti sapete oggi ricordiamo la morte di un uomo che molti dei nostri fratelli ritengono Dio.

Personalmente, come immagino tutti voi, non credo che lo fosse ma, sinceramente, anche se lo fosse stato, a me importa molto di più che, nel caso, fosse anche un uomo. E lo era!

Come lo so? Lo so grazie a una delle poche frasi lasciate in ebraico di tutto il Nuovo Testamento: quel «Eloì, Eloì lamà sabactàni?» che, come abbiamo appena letto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» e che è, secondo me, una della affermazioni più tragiche e insieme più belle di tutti i Vangeli.

Perché sia tragica, nel suo ammettere la notte dell’anima, lo sgomento, il terrore di un uomo che sta morendo, il senso di lontananza da Dio che tutti, prima o poi, proviamo, persino chi, come Yeshua, gli era stato così vicino da dedicare a Lui tutta la vita, ve l’ho già raccontato in altre occasioni e sicuramente altri lo hanno fatto in modo certamente migliore di me, quindi non mi fermerò sulla questione.

Oggi, in questo giorno in cui miliardi di persone al mondo fingono una tristezza che, essendo un giorno di vacanza in quasi tutto il mondo, molto probabilmente non provano, voglio andare un po’ contro corrente e dirvi perché leggere questa frase mi rende felice.

Prima, però, mi tolgo subito il pensiero e vi confesso che, nonostante abbia visto almeno cinque volte “La Passione di Cristo” di Mel Gibson, non riesco a provare un dolore straziante nel pensare alla morte di un uomo vissuto circa 2000 anni fa!

Certo, prima che Rob mi strappi davanti agli occhi il mio sudato certificato di pastorato, preferisco aggiungere immediatamente che rabbrividisco nel pensare all’ingiustizia di una tortura così terribile inflitta ad un uomo che ritengo giusto e che predicava l’amore … Ma, anche a costo di sembrare insensibile, vi ripeto che dolore no, non ne provo poi così tanto: il dolore lo riservo a cose più vicine a me nel tempo e nello spazio, a tutte quelle occasioni in cui vorrei poter intervenire, a tutti quei morti che si potrebbero evitare, a tutte quelle ingiustizie di cui forse tutti noi siamo quotidianamente testimoni, insomma, a tutte quelle occasioni in cui vorrei poter fare di più e forse potrei farlo.

Perché vi sto raccontando queste cose, così disdicevoli per chi ha scelto la vita consacrata?

Perché ho scelto di seguire, per quanto mi è possibile, i passi di quello che considerò il mio Maestro e il mio Maestro mi ha insegnato una cosa prima di ogni altra: l’onestà con se stessi.

E me l’ha insegnata qui, in questo passo, con quella frase, con la sua paura e con il suo smarrimento di fronte al dolore e alla morte.

É proprio questo l’insegnamento che mi rende felice, che mi dice che non ho sbagliato strada nel cercare di dirigere la mia vita lungo il percorso che lui e alcuni altri prima e dopo di lui hanno tracciato.

Perché, vedete, che Yeshua fosse Dio, il braccio destro di Dio, una specie di Superman, un capo rivoluzionario o uno straccione che predicava a un gruppetto di pescatori e poveracci, sono sicuramente questioni interessanti dal punto di vista culturale ma, per il mio spirito, per la mia anima o come preferite chiamarla, sono questioni marginali rispetto ad un dato molto più essenziale: Yeshua era un uomo onesto, un uomo senza maschere, che non aveva paura di mostrarsi nella sua realtà più vera, fosse anche quella della paura.

Certo, non è che tutti i suoi seguaci siano stati come lui.

Già se leggiamo la nostra pericope nel suo contesto, non possiamo fare a meno di trovare tratti un po’ ridicoli, piuttosto chiaramente dovuti a tentativi di mettere un po’ in ombra quell’invocazione evidentemente troppo nota all’interno delle proto-comunità per essere completamente sottaciuta (cosa che, per altro Luca e Giovanni fanno). Immaginiamoci la scena: a mezzogiorno avrebbe dovuto esserci, secondo il racconto, buio pesto in un posto come la Giudea dove il sole splende quattordici ore al giorno e ci sono costantemente da 25 a 40 gradi a seconda della stagione. Vi pare possibile che un Ebreo, di fronte a un evento simile, si mettesse a fare lo spiritoso scambiando una parola che probabilmente pronunciava dieci volte al giorno come “Eloì”. “Dio”, con il nome di “Elia”? Cos’era, il Giudeo più deficiente di tutta Gerusalemme?

E non parliamo poi di tutto quello che verrà fuori in seguito, nei racconti patristici, tra schiere di angeli piangenti, squilli di tromba, cavalli stramazzati, veli che si squarciano e cieli che si aprono …

Ma su, siamo seri …

Yeshua morì da solo come muoiono tutti, morì inchiodato ad una croce con qualche altro malcapitato e, se almeno uno di questi magnificenti segni divini avesse segnato quel momento, dubito proprio che non ci sarebbe stato nessuno, all’infuori degli evangelisti, che si prendesse la briga di lasciare due righe scritte per segnalare l’anomalia ai posteri o per ricordare il prodigio di una morte così scenografica.

Credo che sia questo il problema: le maschere!

In questo caso le maschere postume appiccicate sulla figura di un uomo morto per farlo apparire un semidio potente, un Thor mediorientale, un novello Ercole o chissà cos’altro, in tanti altri casi, le maschere che noi tutti ci mettiamo o accettiamo che ci mettano.

Ebbene, Yeshua queste maschere le distrugge tutte in una frase sola in cui ci dice che questo semidio mistico alla Zeffirelli qualche dubbio su Dio ce l’ha, in cui ci dice che il Re dei Re ha paura e si sente perso, in cui ci dice: “guardate che io ero come voi!”, senza superpoteri, senza certezze assolute sul futuro … un uomo!

E non è una cosa da poco! Non è una cosa da poco essere un uomo onesto, coerente, nudo …

Siamo sinceri … alla fine, dopo il racconto evangelico, dopo le masse che lo ascoltavano, dopo la gente che si accalcava per toccargli le vesti, dopo l’entrata trionfale della domenica delle Palme, un po’ ce la potevamo aspettare una frase da gran finale, tipo ammonimento ai posteri o discorso pre-battaglia di un condottiero antico …

Ce la potevamo aspettare e sarebbe stata anche bella e comoda per noi. E invece niente: questo Yeshua, dieci minuti prima di morire, tira fuori una mezza bestemmia come sue ultime parole terrene.

Devo dirvi che io lo amo per questo!

Lo amo perché penso che non fosse, in fondo, così diverso da me, da tutti noi ma che per tutta la vita si sia fatto forza per studiare, capire e soprattutto per vivere con coerenza quello che insegnava.

E di coerenza ne ha avuta tanta, anche nel mostrarsi per come era veramente!

Se rileggiamo il Vangelo lo vediamo bene che non era un santino da oratorio questo Yeshua: mangiava e beveva con chiunque, non sopportava più di tanto le imposizioni legalistiche, si arrabbiava fino a frustare i mercanti del Tempio e lasciava le apparenze, le maschere da santi sofferenti ai Farisei che chiamava sepolcri imbiancati.

Rileggete qualunque racconto su di lui: non troverete mai una contraddizione tra quello che diceva e quello che viveva!

La sua non era una maschera, non era un mettersi una bella tonaca bordata di raso e un crocione d’oro da cinque chili per poi predicare la povertà e la carità, non era un parlare di ascetismo e uno scandalizzarsi per ogni minimo peccato per poi vivere in palazzi tra marmi e stucchi dorati, non era un cantare l’uguaglianza tra gli uomini per poi ergersi a giudice dei propri fratelli a ogni pie’ sospinto.

Yeshua parlava d’amore perché viveva veramente quell’amore! Ascoltava i bambini e i poveri, toccava i cosiddetti “impuri”, perdonava e accoglieva adultere e pubblicani, viveva tra la gente …

No, decisamente il suo non era solo un parlare d’amore, una maschera d’amore paternale e paternalistico: il suo era un vero “amare”, di quell’amore vero che non è fatto solo di carezze e frasette sdolcinate ma che è un modo di essere, un modo di vivere, un modo di sporcarsi le mani, di accogliere chiunque, qualunque sia la differenza che ci può caratterizzare ma non ci deve separare.

Insomma, fratelli, quell’uomo “normale”, con i suoi dubbi “normali”, con le sue paure “normali” era riuscito a diventare “speciale” in virtù di una sola cosa che, teologicamente, chiamiamo “metanoia”: non un semplice “fare i bravi”, non un semplice “agire bene” ma lavorare su se stessi per assumere un’ottica, una visione del mondo nuova, improntata ad un amore per Dio e per l’essere umano che si vive, si percepisce, diventa “modus vivendi” prima ancora che tradursi in pratica concreta.

E quello che è più incredibile è che il suo insegnamento maggiore, quello che, con coerenza e onestà, ha portato fin sulla croce è che anche noi possiamo riuscire ad assumere la stessa ottica!

Perché se c’è un insegnamento in questa morte orrenda, è che la coerenza nell’amore, quella coerenza che sembra così difficile, quella coerenza che non distingue tra apparenza e sostanza e anzi privilegia la seconda sulla prima, quella coerenza nell’essere se stessi che sa far sintesi tra voglia di vivere e volontà d’amare è possibile anche senza superpoteri o grazie miracolose. É possibile con l’impegno a lavorare su se stessi, quotidianamente, fino a diventare quegli agenti d’amore per gli altri che vogliamo essere, se vogliamo davvero essere quegli agenti e non solo apparire di esserlo.

Ed è questo che ci lascia la morte di Yeshua che ricordiamo questa sera: la speranza di una possibilità!

La metanoia non è un evento straordinario riservato a pochi eletti, a pochi santi da conservare in una teca di vetro: la metanoia è un cammino lento, quotidiano, di piccoli passi faticosi verso gli altri che magari ci dobbiamo un po’ sforzare a fare, di paure e dubbi che non passano mai, di cose che non ci vanno giù …

Ma la metanoia è possibile per tutti e non ha nessuna importanza se la vogliamo chiamare con un termine teologico o semplicemente “coerenza nel cercare di amare”, nonostante tutto, questa umanità che troppe volte ci sembra perduta, non ha importanza se ci viene da un esempio come quello del Maestro o se semplicemente lo sentiamo nascere dentro di noi, se viene dalla mente o dal cuore …

E certo, per ogni tre passi avanti ne facciamo uno indietro, lo so! Così tanto che questo amore incondizionato spesso sembra un miraggio ..

Vi voglio dire una cosa: un uomo di cui, lo ammetto, ho avuto pochissima stima personale, all’inizio del suo pontificato ha affermato: “Non abbiate paura!” e per molti versi credo che avesse ragione, perché la paura è spesso l’ostacolo più grande nel cammino dell’amore concreto e fattivo verso gli altri …

Stasera, però, quello che vorrei dirvi è: “non abbiate paura di avere paura!”, perché la paura è così umana che anche Yeshua ne ha avuta, che anche quello che è il Maestro di molti di noi, nel momento più difficile e buio della sua esistenza ha dubitato che ne valesse la pena.

Forse, piuttosto, dobbiamo avere paura di non aver paura, perché se non provassimo mai paura, sconforto, persino rifiuto, significherebbe che il nostro cammino è, in fondo, un’apparenza, una maschera … E una maschera è un potere che si perde, come quello dell’uomo che, nel Corano, prende il libro della sua vita con la mano sinistra: solo ciò che si vive davvero crea problema, sì, ma rimane per sempre, lo facciamo nostro!

Dubbi, rifiuto, persino rabbia … Non c’è nulla di strano! Ma anche coerenza, lavoro su se stessi, onestà per sentire davvero quello che ci appare così bello mostrare: quell’amore, quell’umanità, quel rispetto per chiunque, quell’apertura e quella compassione nel senso etimologico del termine che non devono essere solo un atteggiamento, solo una risposta a dettami sociali o religiosi ma che devono diventare l’unico modo di essere che possiamo concepire … É questo che ci hanno insegnato la vita e la morte di Yeshua!

Un passo per volta, un giorno per volta, senza stancarci e ricordando che questo è, nella nostra fede e, in fondo, in ogni fede, il vero orizzonte di ogni uomo, l’inveramento delle nostre esistenze, il nostro destino.

Questo è il posto dove siamo attesi: lasciamo che i nostri piedi ci portino lì!

Adonai echad,

Amen

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