Mettiamo il caso che sia un’ora che io sono davanti ad un foglio bianco per scrivere un sermone e non mi viene niente… chiamiamolo blocco del pastore, tipo blocco dello scrittore con stola al collo… ecco, quante volte la nostra vita è “bloccata”, incapace di sprigionare la sua potenzialità creativa? Cosa ci sblocca in questi frangenti? A volte è cercare nuove strade, altre volte e smettere di cercare e semplicemente “lasciare andare” (per rammentare il tema proposto per il mese), in ogni caso è permettere alla vita di accadere e di sorprenderci per vie che non sappiamo e non immaginiamo. Tutto questo ha a che fare, oltre che con il tema proposto per questo mese, con ciò che Roberto ha affrontato, in uno stimolante sermone, giusto la settimana scorsa, quello della speranza. Suggeriva Roberto che in qualche modo la speranza è una virtù attiva, “volontà di trascendenza” e sete di una realtà autentica, che si tramuta in “volontà di trascendimento” ed un impegno verso una realtà giusta. Come coniugare allora questo con la percezione che a volte la nostra sola speranza sembra essere “lasciare che accada”?
Dal tempo della mia esperienza taoista ho creduto di avere una risposta definita e definitiva a questa domanda, rintracciando la speranza nella fiducia in un “potere efficiente” (Dio, il Tao o la Forza di Vita ecc…), che oltrepassa la ristrettezza delle nostre possibilità umane, in cui confidare senza imporvi le nostre limitate aspettative umane, ma aprendoci alla sua creatività. Attraverso l’Universalismo Unitariano ho creduto di poter affermare questa apertura aldilà delle convinzioni metafisiche, osservando come “la Vita stessa, in quanto condizione della nostra possibilità da un lato ed in quanto animata da forze che la alimentano e ne sostengono la capacità di articolarsi in forme complesse dall’altro, possa fondare e legittimare la speranza”, “una ostinata speranza, fatta di nuove possibilità che si dischiudono, nuove connessioni che si compongono, nuovi valori che si creano”. Una speranza che non è aspettativa umana che imponga la propria visione al mondo per poi tramutarsi in illusione, ma fiducia ed apertura alla vita ed alle sue possibilità. Una speranza che infonde serena fiducia. che sa accettare la realtà, ma non per prono fatalismo, bensì per immedesimazione nel processo creativo della vita.
Credo ancora nella bontà e validità di tutto questo, ma mi rendo conto che un tale schema altro non fa che sostituire alla fede in un Dio trascendente quella nel processo creativo della Vita, rimanendo alla fine indigesto tanto ai teisti (che possono pensare che Dio sia stato relegato in soffitta) quanto agli umanisti (che possono pensare che Dio sia rientrato dalla finestra). Se la prima obiezione è in qualche modo stemperata dalla visione unitariana del teismo, per cui l’agire divino non opera per miracoli che interrompono il flusso naturale, ma attraverso l’influenza del Suo Spirito, la seconda è ben più dura da superare.
Ma, volendo lasciare a ciascuno le sue convinzioni, ho trovato più proficuo chiedere qua e là agli amici UU più umanisti del loro rapporto con la speranza. Ed è emersa un’idea della speranza come visione che ispira e chiede di essere tradotta in un impegno. E’ senz’altro qualcosa di diverso dalla fiducia di cui abbiamo parlato e personalmente nutro più di un dubbio sulla possibilità di una tale idea di dare respiro ai momenti personali in cui la speranza appare più lontana. Credo che solo il confronto con i volti della disperazione possa darci la misura della concretezza ed efficacia della speranza. Perché, è vero, la speranza può tramutarsi in illusione se non ci impegna ad accompagnarne il dono con la nostra risposta, il nostro lavoro ed il nostro contributo, ma lo è altrettanto se si limita ad una pacca sulla spalla per poi lasciarci lì a lottare da soli contro i nostri limiti senza offrirci quantomeno la prospettiva per superarli, se ci abbandona al cospetto dei nostri mostri senza darci perlomeno la forza per non averne paura.
Ad ogni modo, il confronto con questa diversa visione della speranza mi ha spinto a rivedere anche la mia idea di speranza per renderla più inclusiva verso visioni non teiste e più responsabilizzante nei confronti del nostro impegno. E ora vedo la speranza come percezione del valore che realizza la natura autentica delle cose. Come spesso mi accade, devo dire grazie alla tradizione universalista per avermi aiutato con i suoi spunti inesauribili, nascosti sotto la polvere depositata sui suoi pulpiti abbandonati e sul suo vangelo dimenticato. Quell’universalismo che mi ha insegnato a vedere una prospettiva futura come tensione che trasforma il presente. Quell’universalismo che mi ha insegnato che, se c’è un qualcosa che dà senso al cammino dell’universo, sono una vita completa nel suo aprirsi all’incontro con ogni esperienza ed ogni persona autentica.
La vita tutta è alimentata, finanche tormentata e costantemente rinnovata da uno slancio verso la completezza e la realizzazione autentica di sé. Ma la realizzazione di questo sforzo coinvolge tutte le energie della vita, in un mix (le cui “dosi” potranno variare tra teisti, naturalisti ed umanisti in funzione delle diverse convinzioni) tra impegno umano e forze che sostengono la vita (naturali o divine che siano). In questa cooperazione l’essere umano è chiamato certo ad aprirsi all’Oltre, tanto nella sua dimensione trasformativa di trascendimento dell’attualità quanto nella sua dimensione creativa di processo abilitante della novità. Ma è chiamato anche a cooperare, a mettere al servizio di una visione inclusiva di ogni espressione autentica di vita le proprie capacità ed il proprio impegno. E’ quella cooperazione che ritroviamo sintetizzata, in fondo, nelle parole della Genesi con cui chiudiamo spesso i nostri sermoni: “Naase Adam”, facciamo l’essere umano.
Ma di fronte ai volti della disperazione, quale forza può darci una simile visione? Esplorare la moltitudine di questi volti è impossibile, ma ve ne sono tre che trovo particolarmente importanti: il volto della mancanza di prospettive, il volto della mancanza di senso, il volto della mancanza di gioia.
Ecco, di fronte alla mancanza di prospettive, quella sensazione che proviamo quando ci sentiamo bloccati da un’esistenza che non sembra più offrire possibilità per migliorarsi o finanche (nei casi peggiori) assicurarsi una vita dignitosa, siamo chiamati da questa speranza a tenere aperta la porta alla nostra unità con la vita e con le altre vite, non più per lasciarci semplicemente aiutare, ma anche per lasciarci cambiare da nuove sfide come da nuovi entusiasmi, non limitandoci a ciò che la vita ci offre, ma anche accogliendo ciò a cui la vita ci chiama. Questo non può che liberare nuove energie e nuove risorse nella nostra esistenza, ma anche offrire nuovi orizzonti di senso.
Questo risponde alla seconda mancanza che ci sprofonda nella disperazione: l’assenza di un senso, che alberga nella sensazione di una vita concentrata sulla sopravvivenza e sulla sua routine necessaria, ma spersonalizzante. Di fronte a questo la speranza ci ricorda l’avventura autentica e sacra di cui facciamo parte. E non serve necessariamente rivoluzionare le nostre vite, mollare tutto e reinventarsi daccapo. Bastano poche e piccole cose se sappiamo riempirle dei nostri migliori ideali. Bastano perché quello che conta non è il tornaconto sull’immagine che abbiamo di noi, sulla nostra autostima ferita dai nostri fallimenti. Quello che conta è che quella piccola cosa testimonia al mondo di una vita vera, come uno squarcio da cui trapela un universo dall’altra parte. “Puoi avere una piccola luce, ma falla brillare”, diceva il pastore John Murray.
Una vita dotata di senso è anche una condizione affinché essa sia riempita di gioia, ma non basta. Perché la vita è inevitabilmente soggetta al dolore, che si accompagna alla nostra umanità come prezzo per l’occasione di viverne le esperienze. Ma se il dolore è inevitabile e saperlo accettare per noi e comprenderlo negli altri è un passo che ci aiuta e costringe a crescere, a volte la sua intensità può annebbiare la nostra capacità di godere della vita stessa, mentre ben più spesso ad esso noi siamo capaci di accompagnare sofferenze non necessarie, frutto dei nostri condizionamenti ed attaccamenti, che ci rendono incapaci di vedere ed accogliere la vita per quello che è piuttosto che per quello che noi vorremmo fosse. Sapere guardare alla vita come un’opportunità costante di esperienze autentiche libera il cuore e la mente dal fardello di sofferenze che con la vita non hanno nulla a che fare. Mentre la responsabilità verso la vita, cui la speranza ci chiama, ci spinge ad alleviare il dolore altrui, per rendere capace anche la sua esistenza di offrire gioia, prospettive, senso… in una parola “speranza”.
Naase Adam.

Past Alessandro Falasca

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