Cari fratelli, chiediamoci per un istante che cosa fosse (e che cosa sia tuttora) Pesach all’interno della cultura giudaica, prima che i Cristiani si appropriassero del concetto pasquale per renderlo la festa per la resurrezione (reale o simbolica a seconda di come si voglia intenderla) di Gesù. In sostanza, si tratta della celebrazione della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù in terra d’Egitto ad opera di Mosè. Niente di nuovo: ne avrete sentito parlare 100 volte. In realtà, però, ad una disamina più attenta, un paio di cose non risultano così chiare. In primo luogo (e fondamentalmente), dai risultati storici non pare proprio così vero che la cosiddetta schiavitù degli Ebrei fosse così terribile come potrebbe apparire leggendo dello sdegno del patriarca. In fondo gli Ebrei erano una piccola minoranza piuttosto libera di fare ciò che desiderava all’interno del regno del faraone (certamente più libera di molte minoranze che stanno giungendo in Europa per essere confinate in campi profughi simili a lager), una minoranza i cui membri, in un quadro molto più meritocratico di quanto molti pensino, potevano assurgere anche a notevoli posizioni, come c’insegna la storia di Giuseppe. Per altro, poi, una minoranza neanche tanto tranquilla, a quanto pare: c’è addirittura chi è arrivato a identificarla, sulla scorta di alcune affermazioni di Flavio Giuseppe, con quegli Hyksos che detennero il potere per 200 anni rovesciando la monarchia faraonica. In secondo luogo, nonostante i lettori dell’Antico Testamento ci siano un po’ abituati, è difficile non ritenere quello che viene descritto come il comportamento divino a dir poco un tantino eccessivo e notevolmente di parte: ok che Dio parteggiasse per Mosè e i suoi due o tremila Ebrei ma … insomma, forse si sarebbero potuti trovare metodi un po’ meno cruenti per salvarli che distruggere l’Egitto con le piaghe e far affogare un intero esercito … Il che ci porta ad indagare sul messaggio che ci viene trasmesso dal racconto fondativo di Pesach. Come dobbiamo interpretare questa fuga con la sua attraversata del Mar Rosso? Ovviamente, parlando d’interpretazioni, qui ciascuno può dire la sua. Per un Ebreo, dunque, questa “liberazione” non sarà che la riproposizione di un’Alleanza etnocentrica tra Dio e il “Popolo eletto” in un “do ut des” che lascia quantomeno perplessi: Israele adora Dio e Dio protegge Israele, con una logica che, francamente, ricorda vagamente la strutturazione feudale se non, addirittura, certe ottiche camorristiche. Beh, se così stessero le cose, tre quarti di noi potrebbero tranquillamente andarsene a farsi i fatti loro: sorry, risposta sbagliata, siete latini, galli, celti o qualsiasi altra cosa e non siete stati scelti. Al massimo siete ammessi al ruolo di osservatori o tifosi, per quanto meritori ma, attenti: non provate a toccare un Ebreo perché Dio gli copre le spalle! Non è che con l’interpretazione classica cristiana le cose cambino così tanto. Certo, con la Nuova Alleanza siamo stati gentilmente inclusi nel novero grazie ad un “upgrade” incredibile che ci ha tutti portati ad essere “Popolo eletto 2.0”: crediamo in Dio, crediamo pure nel Suo figlio prediletto e tutta la vicenda non è che una grande metafora salvifica. “Dio è dalla nostra parte e ci guida alla Terra Promessa, proteggendoci dal male!”, potremmo dire. Scusate ma, vi devo proprio dire che quando sento frasi del genere “Dio è dalla nostra parte”, “Dio è con noi” o “Dio ci guida” mi corrono brividi lungo la schiena e non credo di dovervi spiegare il perché ma vorrei che tutti ci domandassimo per un istante come ci sentiremmo se fossimo nati così “sfigati” da essere “l’egiziano di turno”. Ok, proviamo ancora un’altra interpretazione. E se tutto fosse stato vero e non ci trovassimo di fronte ad un racconto semi-mitologico? Pare proprio che le cose siano andate così e immagino che molti di voi lo sappiano: almeno metà dei ricercatori meteo del mondo concordano su una specie di tifone che, proprio nel periodo del nostro racconto, letteralmente spostò le acque del lago Manzala, che tecnicamente Mar Rosso non è ma ci si avvicina molto finendo praticamente per farne parte, fino a creare per qualche ora un corridoio di tre-quattro chilometri. Un evento eccezionale, certamente e proprio la sua eccezionalità può aver fatto sì che venisse ricordato come uno snodo cruciale della storia di un popolo il quale, comunque, per la coincidenza tra fuga e tifone, ha tutto il dritto di parlare, se lo desidera, di intervento divino. Ok, e allora? Che cosa ci dimostra tutto questo? Che la natura a volte è strana e imprevedibile? Che, volendo, posso scegliere di vedere lo stesso avvenimento come una “botta di fortuna” o come un “miracolo divino”? Insomma, la domanda rimane: ferma restando la possibilità che tutto sia avvenuto come descritto, che senso possiamo dare noi, oggi, a un episodio storico di migliaia di anni fa? Credo che la risposta a questa domanda riposi su un termine che si è utilizzato all’inizio di questo discorso: “liberazione”. Naturalmente l’omileutica scolastica è giunta a questa conclusione secoli prima di me e ne è sorto il quadretto morale che sicuramente vi state aspettando: Dio ci libera, attraverso il sacrificio del Suo beneamato primogenito, dalla schiavitù del peccato e ci guida sui sentieri della fede fino alla Terra Promessa, proteggendoci dalle insidie del cammino. Un concetto così chiaro da essere tema di Salmi e canzoncine da Prima Comunione e da diventare una specie di mantra da catechismo. Per come la vedo io personalmente, però, anche un concetto piuttosto discutibile: se anche lasciamo perdere tutte le tematiche relativa a peccato originale e vittima salvifica in stile capro espiatorio, di cui abbiamo già trattato mille volte e di cui sarebbe assolutamente e noiosamente inutile ripetere l’assurdità, occupandomi di storia non posso fare a meno di notare come di tracce di questa liberazione dalla presunta schiavitù del peccato e di questi presunti interventi protettivi divini mi pare proprio di averne incontrati pochini nel cammino dell’umanità … E meno male! Sì, perché, se ne avessi incontrati tanti ci troveremmo davanti ad una palese contraddizione: un Dio che ci vuole liberi e deve intervenire di tanto in tanto per dare un calcetto qua e là per aggiustare le cose e re-instradarle sul loro giusto binario finirebbe per non essere un Dio che ci lascia davvero liberi e se, come praticamente assiomatico nella teologia classica, in Dio volontà e azione coincidono, allora avremmo di fronte un Dio schizofrenico che insieme ci vuole e non ci vuole liberi. Eppure … eppure qualcosa resta, secondo me: la prima parte, il fatto di un Dio che ci vuole liberi. Non lo volete chiamare Dio? Ok, come preferite: non sono molto legato al nominalismo! Vogliamo parlare di uno Spirito trascendente? O di una natura profonda? Perfetto: il concetto non cambia e quello che rimane è che l’uomo nasce per essere libero, per poter esercitare la propria libertà, in qualunque caso, anche in quelli in cui non essere liberi è molto più comodo che esserlo. Sì ma … si apre un altro problema non da poco: cosa definiamo come libertà? Beh, naturalmente, da adulti quali siamo tutti, abbiamo una idea certamente più articolata della libertà rispetto a quella adolescenziale che possono avere i miei studenti, convinti che la libertà sia “fare quello che si vuole” (cioè, tradotto, passare due terzi della vita a cazzeggiare con gli amici e le amiche). Libertà, per noi, sarà, allora, conformarsi liberamente alla volontà divina o seguire la via della saggezza o liberarci dalle scorie dell’apparenza in un mondo impermanete o mille altre cose: tutte giuste e sacrosante! Ma, in fin dei conti, potremo mai dirci liberi completamente, al 100%? Posto anche che riusciamo a fregarcene di tutto e di tutti (e già riesco ben poco a capire una libertà così strutturata) per seguire il nostro percorso, sorelle e fratelli, tutti abbiamo mangiato poco fa, tutti dormiremo tra poco e se anche non lo abbiamo fatto e decidiamo di non farlo … quanto durerà la nostra decisione? Tendenzialmente poco direi perché o cambieremo idea o cambieremo stato! La libertà, allora, è solo un concetto astratto? Forse sì. Ma è pur sempre un concetto decisionale! Perché è questo il punto! La nostra libertà non è un fatto esteriore ma interiore! La vera libertà che abbiamo è la libertà di pensiero, di decidere o di lasciarci “essere decisi”! La vera libertà è il libero arbitrio nelle nostre scelte interiori ed è a questo diritto e dovere inalienabile dell’essere umano che siamo chiamati da un Dio che non si palesa ad ogni piè sospinto o da una vita che forse fisicamente ci incanala nei rivoli stretti della necessità ma lascia il nostro pensiero, la nostra volontà efficiente libera! So che state pensando: “ma che lo dice a fare a noi? In fondo, se siamo qui, a partecipare ad un rito che neppure fa tecnicamente parte della nostra tradizione, in questa piccola comunità di liberi credenti che rifiuta ogni dogma, che non si uniforma alla fede di massa, che è protestante persino nei confronti del Protestantesimo, vuol dire che alla nostra libertà mentale, alla nostra libertà di fede, ci teniamo, eccome!” Avete ragione! Ma su una cosa vorrei metterci tutti in guardia: sulla motivazione! Provo a spiegarmi con un esempio molto banale e forse un po’ strano. Un paio d’anni fa ho comprato un materasso nuovo, a due piazze. A distanza di due anni è diventato asimmetrico, nel senso che dal lato dove dormo io è più basso. La ragione è che quando Elena non dorme da me io, comunque, dormo in 40 centimetri dalla “mia parte”. Mi sono chiesto la ragione di questo mio comportamento (sì lo so, farsi domande su queste cose sfiora i limiti della salute mentale, ma spero si tratti di una deformazione professionale e quindi, Rob, non pensare di avere un nuovo cliente!) e sono arrivato persino a darmi spiegazioni poetiche e romantiche sul senso di mancanza del partner, sulla marca di un’assenza e persino sul senso d’abbandono. Così, spinto dalla curiosità, qualche sera fa, ho provato ad impormi di piazzarmi sul lato opposto e … semplicemente non sono riuscito ad addormentarmi! Perché? Ok … posso anche fingere d’illudermi che fosse per un latente senso di colpa nell’invadere uno spazio inviolabile destinato alla persona che amo ma … onestamente la risposta più plausibile è che sono abituato a dormire dall’altra parte, in cui il materasso a preso la forma del mio corpo! E così, per l’ennesima volta, ho scoperto di essere molto meno romantico di quanto vorrei e spererei di essere! Ecco, fratelli: io temo molto che con la fede e la spiritualità possa succedere la stessa cosa! Avete mai visto le vecchiette alla recita del rosario in parrocchia? Le labbra si muovo smozzicando le parole, ripetendo la cantilena del mantra e intanto gli occhi guizzano osservando chi entra, controllando quello che succede o dando un’occhiata alla borsa della spesa … Niente di male, su! Ma … Ci succede mai la stessa cosa? Non sono l’inquisitore di nessuno e ognuno pensi a se stesso. Però una cosa è certa: se questa sera o qualsiasi altra sera siamo qui perché “è doveroso partecipare alla vita della comunità”, perché “è bello incontrare amici e conoscenti”, perché “Rob ci ha chiamato su Facebook” o perché “è quello che facciamo la domenica sera”, etc, o se, in un giorno qualunque, ci mettiamo a pregare alla mattina o alla sera perché “è quello che facciamo ogni mattina o ogni sera” … allora sarebbe meglio che questa sera o la domenica sera leggessimo un libro, dormissimo, guardassimo NCIS in tv o facessimo qualsiasi altra cosa vogliamo! Perché se la vogliamo davvero, allora comunque ha più significato spirituale che qualcosa che facciamo perché è un’abitudine o perché ci sembra doveroso. Nella pratica, è vero, il risultato può non cambiare: essere qui è sempre essere qui, pregare è sempre pregare! Ma la motivazione conta: la motivazione è la nostra libera scelta e non è indifferente! Dio, lo Spirito divino, la natura, qualunque cosa sia, comunque ci chiama alla libertà, all’azione convinta, ad essere noi stessi sempre, a scegliere ogni giorno, ogni minuto la nostra strada spirituale, indipendentemente da dettami e dogmi, ma anche da abitudini e da qualunque altra ragione che esuli dalla volontà costante, costruttiva di crescere spiritualmente! Perché, sorelle e fratelli, siamo noi, al di là di tutto, la nostra terra promessa, la nostra speranza all’interno di una speranza più grande comune ma se il cammino verso la terra promessa diventerà solo una nuova servitù di riti abituali, di ripetizione meccanica, di doveri senza gioia, allora la terra promessa non sarà altro che un nuovo Egitto per noi! E, questa volta, molto difficilmente il Mar Rosso si aprirà! Adonai Echad, Amen

Rev. Lawrence Sudbury

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