“38 Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». 39 Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40 Chi non è contro di noi è per noi. 41 Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. (Mc. 9:38-41)

Cari Fratelli,

quella che celebriamo oggi è una delle festività religiose più caratteristiche della nostra chiesa unitariana, quella del Giovedì Santo. Vi devo confessare che, a lungo, il significato di questa celebrazione, così importante per i nostri fratelli della Chiesa Ungherese, ci è stato piuttosto oscuro. Quale evento specifico ricordiamo in questo giorno? La risposta dei nostri colleghi transilvani è sempre stata: “Ovviamente la nascita della Chiesa” ma… E allora a Pentecoste che cosa si celebra? Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per capire con quanta saggezza i nostri antenati nella fede avessero inteso separare il momento della nascita della Chiesa dal momento della “discesa dello Spirito divino”. Perché parlo di saggezza? Perché, acutamente, a differenza di molte altre denominazioni, i nostri Padri hanno compreso e, conseguentemente, formalmente sottolineato come i due atti non fossero perfettamente sovrapponibili. Proviamo a proiettarci negli anni immediatamente successivi al 1568: la denominazione unitariana, appena divenuta ufficialmente autonoma e riconosciuta con l’Editto di Torda, è già duramente messa alla prova da quelle stesse vicissitudine che ne avevano segnato lo sviluppo precedente, con i suoi aderenti che vengono continuamente accusati di blasfemia, eresia e tradimento della fede un po’ da tutti i trinitari, cattolici o protestanti che fossero. Noi come avremmo reagito? Beh, non so voi ma certamente io, che non sono né saggio né particolarmente prono a porgere l’altra guancia, come minimo avrei cercato qualsiasi occasione per rispedire l’accusa al mittente, analizzando ogni minimo cavillo scritturale per dimostrare l’infondatezza di ogni fandonia trinitaria e puntare a mia volta il dito contro i miei fratelli di opinione diversa accusandoli di qualsiasi cosa: dall’ignoranza biblico-storica alla sudditanza eteronoma, dalla disattesa della più ovvie leggi della logica (perché, insomma, diciamocela tutta, che “Uno sia uguale a Tre” non si può proprio sentire …) al gretto servilismo verso il potere politico (asburgico in quel caso, oggi …. beh, fate voi …) e via discorrendo … E, naturalmente, avrei sbagliato. Fortunatamente, i nostri Padri, che erano indubitabilmente più santi del sottoscritto, hanno, invece, compreso che un comportamento di questo genere avrebbe significato, in primo luogo, negare lo spirito proprio di quell’Editto costitutivo che era stato il battesimo ufficiale della loro denominazione. Vogliamo rileggere una frase di quell’Editto? “Ogni oratore può predicare il vangelo secondo propria interpretazione e se la comunità lo vuole ascoltare e accettarlo bene, e non nessuno obblighi nessuno ad accettare una fede che la sua anima non accetta, ma che la comunità tenga oratori il cui insegnamento è di suo gradimento”: non c’è scritto “la fede unitariana è la sola possibile” o “l’interpretazione unitariana è la sola giusta” ma, piuttosto, che ciascuno può predicare “secondo la propria interpretazione”. E noi, a nostra volta, che interpretazione possiamo dare di questa fondamentale norma di tolleranza? Dobbiamo pensare che il buon re Sigismondo, che io sappia il solo monarca nella storia ad essersi convertito all’Unitarianesimo, in fin dei conti non fosse proprio così convinto e che, magari su suggerimento di quel Biandrata che quanto ad acutezza politica non era affatto male o di quel Ferenc David che si fece poi ammazzare per non affermare che, in fondo , quel Gesù un tipo piuttosto superumano doveva esserlo, si accontentasse di affermare che qualunque visione gli andava bene perché, in fondo … chi lo sa? Non credo proprio che le cose stessero così! Sigismondo e, forse più di lui, Biandrata, David e gli altri proto-unitariani dovevano certamente essere molto convinti del loro monoteismo assoluto visto che per proclamarlo rischiavano tutto, vita compresa. Ma avevano compreso che ogni realtà umana risponde ad principio basilare: ottengo spiritualmente ciò che sono capace di dare! Se voglio libertà e rispetto, allora devo dare libertà e rispetto a tutti, anche a coloro che sento più lontani dal mio modo di vedere. Ecco, fratelli, io penso che nel salto che intercorre tra dire “io credo in questo, questo e quest’altro” e “io rispetto te che credi in questo, questo e quest’altro anche se io leggo quella stessa realtà in modo completamente diverso” stia la cifra che, cristianamente parlando, separa il “Giovedì Santo” dalla “Pentecoste”: è la differenza tra una fede specifica e la tolleranza di ogni libera interpretazione. A Pentecoste celebreremo lo Spirito divino che ha toccato un branco di pescatori e poveracci per far loro capire che gli insegnamenti del Maestro non erano morti con lui su una croce ma che sarebbero vissuti in eterno se avessero avuto il coraggio di proclamarli. Oggi celebriamo la nostra Chiesa, la nostra interpretazione di quegli insegnamenti, ricordando che è “una interpretazione”, certamente quella a cui i cristiani-unitariani credono, ma non l’unica possibile, non l’unica accettabile dagli esseri umani. E, allora, a questo punto dovrei partire con un bel panegirico della nostra fede, della nostra chiesa, della sua storia, del suo pensiero e delle ragioni che ci portano ad abbracciare una fede che, storicamente, è minoranza di minoranza. Ma avrebbe senso? C’è qualcuno qui che non sa perché nelle nostre chiese (e non sarebbe male che ci fosse anche nelle nostre case ma … sono affari di ciascuno) c’è sempre una scritta che afferma che “Dio è Uno”? Beh, nel caso, credo che basterebbe rileggervi lo Shema che abbiamo recitato e che non è una preghierina scritta da un pastore part-time nella pausa pranzo per capire che le nostre pretese interpretative magari qualche fondamento lo hanno … Ma, vedete, quello che mi preme molto di più è capire se ha un senso per noi, unitariani universalisti di oggi, del 2016, celebrare la nostra Chiesa e la sua interpretazione spirituale. Perché, se ci pensiamo un istante, la domanda sorge abbastanza spontanea: sì, ok, celebriamo la nostra Chiesa e la nostra interpretazione ma …. Quale è, al momento, la nostra interpretazione che dovremmo celebrare? Un conto è l’Unitarianesimo del 1568, un altro conto è l’Unitarianesimo Universalista di adesso: personalmente, in questi anni, ho conosciuto cristiani unitariani, cristiani universalisti, ebrei UU, musulmani UU … e fino a qui li “Dio è Uno” ci può anche stare bene, ma poi ho conosciuto buddisti UU, taoisti UU, agnostici UU, post-cristiani UU, addirittura non pochi atei UU … e il “Dio è Uno” comincia un po’ a stonare … Personalmente mi ci è voluto un po’ a capirlo ma forse ci sono arrivato: quel “Dio è Uno” può starci bene nelle nostre case perché è un “memento” di una via possibile ma il senso di questa chiesa è andato oltre: la nostra chiesa si è evoluta in qualcosa che non è più la semplice statuizione di una interpretazione per diventare una “via larga” per superare persino il concetto di religione così come lo abbiamo sempre definito e arrivare al cuore, all’essenza del cammino! Non siamo più la proclamazione di una possibilità di cammino attraverso un linguaggio ma siamo divenuti la proclamazione della possibilità di unire molti cammini e molti linguaggi verso un unico obiettivo, che è di far entrare in consonanza il nostro essere più profondo con ciò che viviamo come Trascendente, che si presenta come tale al nostro spirito. E se ci pensiamo un istante fratelli, questo non è cosa da poco: in fondo è il senso originario di qualsiasi fede, di qualsiasi religione. “Wow, noi ci siamo riusciti e gli altri no!”, potremmo pensare … E chi lo dice? “C’è forse una sola strada per Gerusalemme?”, si chiede il poeta Samuel Isaakson … “E Torda non ci ha, in fondo insegnato nulla?”, aggiungo, molto più prosaicamente, io … Si, però … Scusate, ma io sono uno di quei professorini antipatici che quando uno studente cerca di girare intorno ad una risposta gli rifà la domanda: “Che senso ha per noi UU del 2016, questa celebrazione del Giovedì Santo?” Nessuna? No, ne ha di senso, eccome: se ci guardiamo alle spalle, il seme di questo cammino lo hanno piantato quei “vecchi unitariani”, che a molti di noi magari oggi possono apparire anche un po’ fanatici e bigotti … E non è solo questione di “reverentia patrum”: oggi abbiamo Sette Principi che ci uniscono e proclamiamo ad ogni funzione e ciascuno di essi celebra la libertà del cammino spirituale, la tolleranza, l’apertura alla interpretazione singolare, la ricerca di minimi comun denominatori, il rispetto per ciascuno e per le idee di ciascuno ma, attenzione, siete così convinti che anche uno solo di quei principi sarebbe mai sorto se quei “vecchi bigotti” non avessero inventato un “Giovedì Santo”, se avessero detto, come tanti altri, “nel giorno di Pentecoste nasce la Chiesa di Cristo, la sola Chiesa di Dio rivelata, la sola strada da seguire”? Allora, fratelli miei, lasciate che in questo “Giovedì Santo” ringrazi lo Spirito, qualunque sia il nome e il volto che vogliamo dargli, per aver ispirato uomini che, nel loro dedicare la vita intera al Cristianesimo unitariano”, hanno compreso che la frase di Gesù “Chi non è contro di noi è per noi” ha un senso molto più profondo di quanto troppi pensino. Lasciate che in questo Giovedì Santo ringrazi Dio, qualunque sia il nome e il volto che vogliamo dargli, per il Giovedì Santo. Adonai Echad, Amen

Del Rev. Lawrence Sudbury

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