Gv 20: 21 come il Padre mi ha mandato, così vi mando io

 

 

Cari Amici,
Potrei stupirvi con effetti speciali unitariani, mostrando come Gesù trasferisca ai discepoli lo stesso mandato che egli ha ricevuto, non ponendo di fatto sé stesso in alcuna posizione di preminenza che non sia quella di un percorso compiuto, ora portato a termine anche dai discepoli. Ma non voglio limitarmi solo alla filologia, una questione penso sia più urgente.

Cosa vuol dire portare la lieta novella alla gente? la questione non è di poco conto, poiché, se implicasse imporre una visione parziale con la forza, o cercare una adesione per sfinimento, risulterebbe essere occupazione profondamente contraria al nostro sentire. La Bibbia o il Tao non sono modelli d aspirapolvere da vendere porta a porta.

Eppure il mandato c’è stato, Il Maestro c’è stato chiaro . Ma se non è un libro ciò che portiamo, di cosa si tratta esattamente? Della dignità di essere ascoltati. Non si tratta di soffocare ogni dissenso in ragione del pensiero unico, ma, al contrario, esaltare l’unicità e la dignità di ogni singolo. Dobbiamo interpretare il appieno il nostro mandato di agenti di speranza nell’atto di presentarci al prossimo disposti ad ascoltare, testimoniando, a ciascuno di quelli che incontriamo, che noi siamo la dimostrazione fattiva, operativa, concreta che la loro vita conta, che la vita di ogni singolo essere è importante per il Principale. La notizia che dobbiamo dare non è una noiosa e inutile costruzione metafisica, né la promessa di una vendetta ultraterrena, utile solo a fondare una stucchevole morale del risentimento. Nostro compito non é promettere che il Principale ci sarà domani, ma mostrare che Egli è qui oggi, e si manifesta nel nostro impegno. La possibilità che altri hanno di percepire il divino dipende, in ultima analisi, dalla nostra capacità di essere trasparenti al messaggio divino per quell’anima , che potrebbe essere molto diverso da quello riservato a noi, e che richiede, in buona parte, la nostra capacità di sospendere il giudizio e di aprirci al mondo delle possibilità. Certo, a rigore, questa è una impresa impossibile, nessuno di noi può riuscire davvero a non giudicare e a mettere da parte del tutto il proprio favore per un certo particolare corso di eventi, se mio figlio decide di andare all’università piuttosto che a mendicare è probabile che io sia più contento, però dobbiamo impegnarci affinchè non si confonda ciò che è meglio per il prossimo con ciò che io penso possa esserlo. Il vero impegno nell’essere unitariani, la maggiore energia nel portare il Vangelo o l’incontro con la dimensione spirituale trascendente, dovrebbe essere spesa in questa lotta interiore piuttosto che nello stressare l’anima al prossimo. Incontrare significa amare, non giudicare. Se veramente voglio incontrare l’altro non posso presentarmi come un signor sotutto, timoroso e indisponente, che guardi dall’alto in basso con supponenza

Spesso ci troveremo di fronte a situazioni ostili e disdicevoli. L’appiattimento ai valori della mondanità ha portato all’esaltazione dell’imbecillità, a ciechi che si fanno duci, per dirla con Dante, e a demagoghi forti di un consenso molto forte, sbandierato senza domandarsi mai di quale gente, per dirla con Battisti. Nell’incontrare il prossimo dobbiamo renderci conto che c’è bisogno anzitutto di una nuova alfabetizzazione spirituale, che fornisca all’individuo strumenti necessari per maturare anticorpi verso il disvalore dilagante.
Da questo punto di vista è importante il nostro esempio prima delle nostre parole: noi, la nostra persona, deve poter essere il più grande invito verso il Principale. E’ importante la nostra credibilità, quanto noi riusciamo a fare della nostra vita il Tempio dello Spirito. E’ importante che ci mostriamo solidali, nel credere nel progetto spirituale che l’altro incarna e nel contribuire ad esso, per quanto distante possa essere dal nostro.
Sarebbe sbagliato pensare di trovare persone disponibili in prima battuta: ognuno ha le sue note dolenti, e disporsi ad ascoltare significa anche accettare gli errori in un primo momento. Accogliere significa anche disponibilità a sporcarsi, a incontrare l’altro nella melma per uscirne insieme. PERO’ alla nostra apertura deve corrispondere nell’altro il reale desiderio di un percorso diverso, dimostrato attraverso piccoli passi costanti.
Quali devono essere questi passi? L’impegno al rispetto dell’altro, di ogni altro, alla salvaguardia della dignità altrui, alla tolleranza verso il prossimo e alla disponibilità a riconsiderare le proprie idee. Se ciò non avviene in tempi ragionevoli allora significa che il seme non è maturo e l’insistenza sarebbe inutile. In questo caso, nostro compito sarebbe quello di restare a un passo, senza perderci in estenuanti diatribe, ma pronti ad esserci nel momento in cui le condizioni dovessero mutare.

Chiudo con un ultima nota, importantissima per il mondo unitariano: incontrare l’altro ci cambia. Mentre i nostri cugini si allenano come soldatini nella missione di rendere l’altro sempre più simile a se stessi, noi nell’incontro accettiamo di cambiare con l’altro, di mettere in gioco tutto il nostro sistema di credenze nella ricerca con l’altro. Solo così si può dare davvero dignità all’altro, solo così si accoglie veramente.
Un importante concetto, quello di riflessività, che Alessandra ha annotato in un quadernetto che non trova più, ma che probabilmente è nel mobiletto a sinistra, vicino al pc, dice proprio questo: incontrando il diverso io imparo di me stesso, capisco del mio mondo, dei miei limiti, dei miei valori. Per maggiori informazioni chiedete ad Alessandra. Da ogni incontro il senso della nostra esperienza spirituale uscirà rinnovato e rinvigorito, indipendentemente dalle legittime scelte personali dell’Altro. Questo è il maggior premio possibile per il nostro operato.

Questo dunque è uno dei sensi del mandato, questo impegno a costruire noi stessi nella co-costruzione dell’altro e con l’altro. Questo impegno comune alla ricerca, alla collaborazione, alla crescita è il Regno, ciò per cui l’uomo è stato pensato.

Allora facciamolo quest’uomo, disponendoci davvero all’incontro con l’altro.

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

Annunci