Vi faccio una confidenza: questa storia dei temi mensili è una bella scocciatura. Quando li definiamo insieme abbiamo in testa uno splendido quadro complessivo, ma quando arriva il tema del mese, beh, raramente coincide con le questioni che impegnano la nostra mente ed il nostro cuore in quel momento. Ma è giusto che sia così: un calendario di temi serve proprio a far sì che i pastori non si avventurino solo nelle traiettorie dei propri ragionamenti personali, ma cerchino l’incontro con le traiettorie altrui, che, pur a grandi linee, quel calendario di temi tratteggia. E alla fine dall’incontro tra la sfida del tema proposto e le sfide in cui il personale percorso già ci impegna ne nasce sempre qualcosa di creativo. E’ così anche per il tema di questo mese, il tema della “grazia”. Con quella musicalità da inno protestante, la parola stessa sembra azzeccarci poco con la ricerca di una spiritualità universalista capace di restare pluralista, ma ben radicato nella vita di un Universo proteso verso le altezze dello Spirito, che è la mia preoccupazione del momento. Ma proprio questo mi guida alla ricerca di parole sensate da offrirvi questa sera. L’Universalismo si radica nelle esperienze universali. Vi è dietro il concetto di grazia un’esperienza universale, che trovi espressioni nelle diverse religioni? Confrontare concetti di religioni diverse è sempre fuorviante: si rischia di omologare tra loro nozioni diverse e di perdere il valore delle differenze. Vorrei, a riguardo, introdurvi una metafora dal mondo della matematica e della fisica: la “simmetria di gauge”. La simmetria di gauge è un particolare concetto di simmetria, che spiega delle differenze tra fenomeni fisici in termini di variazione di uno spazio matematico di riferimento. In altre parole, due fenomeni, ad esempio due forze fisiche, appaiono come fenomeni diversi, ma sono descrivibili come una stessa realtà sottostante (ad esempio una stessa “superforza” sottesa alle forze visibili) collocato, però, in due spazi diversi. In sostanza tra due fenomeni non vi è reale differenza, ma un semplice “cambio di coordinate” che ce li fa apparire differenti. E’ un concetto affascinante in sé, perché rappresenta il formalismo matematico attraverso il quale la scienza sta unificando, ad esempio, in un’unica “superforza” le diverse forze esistenti (elletromagnetismo, gravità, interazione forte, interazione debole) e progressivamente pervenendo ad una c.d. “teoria del Tutto”. Ma è suggestiva anche come metafora del pluralismo religioso. Taluni concetti appaiono profondamente diversi, ma possiamo intenderli come una stessa intuizione del Sacro, solo descritta attraverso un diverso paradigma di riferimento? Per alcuni concetti probabilmente è così. Ad esempio il nostro rapporto con “le forze che creano e sostengono la vita”, o forse la Forza, volendo seguire il percorso di unificazione che la fisica sta intraprendendo, può qualificarsi come rapporto con Dio, con la natura, con il Tao o con il Dharma a seconda dello “spazio di riferimento” delle nostre credenze, ma esso è comunque apertura a processi creativi inesauribili e più grandi di noi. Per la grazia è forse più difficile. Nella sua definizione teologica, la grazia è una benevolenza concessa come dono e, dunque, sembra imprescindibile dalla presenza di un “donatore”, di una “divinità” consapevole capace di amare e libera di donare. Insomma, il concetto stesso sembra totalmente inquadrato in una visione teista e, dunque, non trasferibile in altre esperienze. Eppure, proviamo a pensare alla grazia come esperienza, ad immedesimarci in uno “stato di grazia” e ad immaginare cosa questo significa. “Stato di grazia” è quello stato in cui ci percepiamo in tale sintonia con Dio, con la vita, con le persone che ci sono accanto, con l’Universo tutto, che ci sentiamo amati e capaci di creatività ed amore ben oltre la nostra ordinaria condizione. Cambiando lo spazio di riferimento, possiamo in qualche modo ritrovare il concetto di grazia in quello taoista di Te, la virtù incarnata della Via, che guida la creatura alla sua realizzazione autentica, dispiegandosi lì dove essa sa porsi in sintonia con l’agire profondo del Tao. Le altre spiritualità orientali non hanno forse un concetto che si possa così esplicitamente porre in parallelo a quello della grazia. Ma in qualche modo è uno “stato di grazia” correlato alla riscoperta della nostra relazione fondamentale con la Realtà Ultima la “moksa”, la liberazione induista, che si sperimenta nella comprensione della sostanziale identità dell’anima individuale (Atman) e dell’anima cosmica (Brahman), che, infatti, introduce l’adepto nella pienezza del Satcidananda, dell’unità di verità, coscienza e beatitudine. Ed è in qualche modo uno “stato di grazia” correlato alla riscoperta della nostra relazione fondamentale con la Realtà Ultima anche l’illuminazione buddista, lì dove la Realtà Ultima del Dharma è garanzia del percorso di illuminazione individuale, di riscoperta di una felicità possibile attraverso la liberazione dalla nostra brama illusoria sulla realtà. La storia del dialogo tra il cristianesimo e queste filosofie orientali ci racconta di una fondamentale incomprensione proprio sul tema della grazia. Il cristianesimo, o meglio chi si è posto come suo rappresentante in tale dialogo, sembra lamentare l’assenza dell’elemento di dono libero e gratuito senza il quale non si potrebbe parlare di grazia. E’ chiaro che, lì dove il Divino si fa impersonale o addirittura sparisce, questo dono non è possibile, perché semplicemente manca il donatore. Ma questo è, in qualche modo, parte del quadro di riferimento, elemento che la “trasformazione di gauge” da un sistema religioso all’altro farebbe sparire. Perché, se non vi è il dono gratuito, vi è tuttavia il radicamento di questo “stato di grazia” nella natura fondamentale dell’Universo e nella sua Realtà Ultima, che sia nel Tao, nel Dharma o nel Brahman. Se pure, cioè, quello “stato di grazia”, autenticità, liberazione o illuminazione che sia, è frutto di un lavoro su di sé, di una responsabilità personale sulla propria salvezza, nondimeno il suo presupposto risiede in qualcosa che trascende la propria volontà e la propria persona. Ma gli spazi di gauge non ci conducono ad un caleidoscopio di visioni illuminate solo dal sole dell’Oriente. Vi è anche il sole di un orizzonte, quello della premura universalista per il nostro presente di speranza ed il nostro destino di inclusione, che intende gettare luce nuova sul concetto della grazia. Per di più l’Universalismo è in sé un insieme di più spazi, potenzialmente di infiniti, e, dunque, di infinite combinazioni e trasformazioni. Possiamo, tuttavia, ridurre (come si fa spesso nell’algebra lineare) la complessità di questo “multispazio” alle componenti principali. Come ho scritto altrove, possiamo immaginare, cioè, un “universalismo teologico”, in cui la tenacia della nostra speranza e l’inclusività del nostro destino trovano fondamento nell’amore di Dio (e qui poco importa se sia quello cristiano, ebraico, mussulmano o quanto altro: quello che conta è che sia un Dio di amore); in secondo luogo vi è un “universalismo etico”, in cui speranza ed inclusività sono frutto dell’impegno umano; infine, vi è un “universalismo cosmico” o, se preferite, “trascendentalista”, in cui la tenacia della nostra speranza e l’inclusività del nostro destino trovano fondamento nella tensione verso la trasformazione e la creatività, la completezza e l’unità connaturata all’Universo stesso. Se l’universalismo teologico accoglie la grazia come dono dell’amore divino, l’universalismo etico fa dell’accoglienza stessa il segno di una grazia fondata sulla risposta umana alla chiamata dell’amore, mentre per l’universalismo cosmico la grazia gemma dalla sintonia ed unità con la ricerca di senso e completezza della Vita stessa. Uno sguardo all’evolversi dell’Universalismo lungo questi tre filoni deve metterci, però, in guardia e dovrebbe portarci ad accogliere come suggerimento proprio ciò che i fautori della grazia come dono totalmente eteronomo rimproverano alle tradizioni orientali: un impegno in prima persona per “conquistarci” questa grazia. Proprio la storia dell’Universalismo ci insegna che l’Universalismo è morto ogni qualvolta si è limitato ad essere annuncio di una salvezza possibile. Ne è storia il declino del movimento universalista dopo i successi enormi dei suoi primi centocinquant’anni di vita (in cui era arrivato ad essere la quarta denominazione negli Stati Uniti, con numeri quasi quadrupli rispetto ai “cugini” Unitariani), declino dettato proprio da questi successi. L’universalismo “teologico” di quel periodo era stato essenzialmente liberazione del cristianesimo dalle fiamme dell’inferno e dall’idea di un Dio arrabbiato. Una volta realizzata la consapevolezza di un Dio di amore il suo compito era esaurito. Ma ne è storia anche l’incapacità di tanto Universalismo Unitariano attuale di proporre visioni in grado di modificare in maniera profonda la fede delle persone, frenato com’è dalla ritrosia nel proporre temi propri mettendo a frutto la ricchezza della propria tradizione, per timore di costruire nuove barriere dogmatiche all’inclusione. L’Universalismo teologico ha, invece, dimostrato la sua vitalità lì dove ha saputo fare della visione dell’unità finale di tutte le anime in Dio un impegno già qui ed ora per costruire quell’unità nella riconciliazione con Dio e con un’umanità di sorelle e fratelli. E l’Universalismo Unitariano, teologico, etico o trascendentalista che sia, ha mostrato la sua capacità di trasformare l’essere umano nel profondo lì dove il verbo dell’inclusione ha oltrepassato i limiti dell’accoglienza passiva; sia su un piano spirituale come visione di unità “uman-mistica” tra gli esseri umani o “trascendentale” con l’intero universo animato dallo Spirito; sia su un piano pratico come impegno per costruire fattivamente le condizioni dell’inclusione lì dove ancora non sono date. Se la grazia comincia da un “dono” o perlomeno presuppone un fondamento di speranza che ci trascende, il suo potere si manifesta nelle nostre esistenze solo se essa è anche “conquista dell’anima”. Solo se alimentiamo costantemente il nostro legame con ciò che rende possibili le nostre speranze, che muove i nostri passi verso l’incontro con l’altro e con il nostro vero sé, che ci spinge alla ricerca di verità e giustizia, che ci protende verso la ricostituzione della nostra unità con la Vita e con le altre vite, solo allora la grazia libererà in noi il potere della sua virtù ed il suo dono darà frutto. In tutto questo l’Universalismo ha dalla sua una tradizione che non è solo testimonianza di un futuro di inclusione possibile, ma in cui la visione di questo orizzonte si fa motore di un impegno attuale e personale per “l’amore che unisce, senza unificare”. Ed ha dalla sua il sostegno del suo gemello eterozigote: quella tradizione consorella che è l’Unitarianesimo, che dell’idea che “si è pienamente umani solamente se ci si riconosce uniti ad una vita più grande della nostra” e dell’impegno personale alla coltivazione della propria spiritualità (la “costruzione del carattere” la chiamavano gli unitariani di Boston) ha costruito buona parte della propria identità. Naase Adam, Alessandro

Annunci