Cari amici,
L’Evento
se siamo qui insieme a parlare è perchè alla fine non possiamo far finta che un evento spirituale non abbia qualificato le nostre vite, proponendosi come un orizzonte, una sfida verso la quale pro-tenderci. Si chiami Principale, si chiami Spirito, si chiami Vita, quello di cui parliamo è una nuova dimensione valoriale che ci permette  un criterio d’ordine differente rispetto a quello comune. Può essere stato un incontro, un libro, una particolare tradizione di famiglia, poco importa. La condizione essenziale è che questo Evento ci abbia toccato il cuore, aprendoci a una dimensione ulteriore dell’esperienza di vita. Per funzionare davvero questa prospettiva valoriale deve però poter permeare di fatto la nostra vita senza essere un mero punto di fuga, un orpello, un soprammobile da tenere buono lì, in caso negli ultimi giorni la paura richiedesse estremi rimedi. Allo stesso tempo è bene che non sia nemmeno un vuoto gesto esteriore, compiuto irreprensibilmente mentre pensiamo ai maccheroni. Come sempre, l’equilibrio e la moderazione sono la chiave per poter vivere la Relazione fondamentale con la Trascendenza in modo proficuo. L’Evento che ci tocca deve poter farci vedere la finitezza dell’esperienza mondana comunemente intesa, e chiamarci all’esigenza di trascenderla nei vari modi che conosciamo, attraverso la ragione, la natura, l’arte, l’impegno sociale o il Mistero. In questo senso la  relazione con la Trascendenza deve avere delle caratteristiche precise: dal punto di vista spirituale deve permettere che l’Evento occupi il centro logico (senza star lì a cronometrare) delle nostre vite, lasciando che esso ci scaldi, ci formi e ci sproni in ogni momento. L’Evento, diverso per ciascuno, ma simile nel Principio, che si chiami Amore, Spirito, Vita, Tao, o Principale è una esperienza che, aprendoci a nuove prospettive, risvegliando in noi una sete spirituale prima ignota, ci fa sentire scomodi nel mondo, ce ne fa vedere la miseria lasciando che essa ci tocchi il cuore,  chiamandoci cosi alla misericordia, premendo affinchè ciascuno di noi agisca per ridurre questo senso di disagio, realizzando autenticamente il talento che ci è stato donato. L’Evento, cui ciascuno di noi fa personalmente riferimento, è stato la frattura a partire dalla quale si sono definiti due piani, compresenti e convergenti nell’esperienza quotidiana del singolo: quello mondano e quello spirituale, che forniscono ciascuno criteri valoriali differenti.
Il Fariseo 
La parabola di oggi ci insegna appunto che l’esperienza dirimente da un punto di vista spirituale e morale è quella che chiama alla Trascendenza con l’assenso del cuore. Il fariseo, antesignano di tutti i moderni baciapile, non è stato toccato dall’Evento, non è stato spinto a trascendere la forma, a ricercare l’Altro in senso orizzontale nel prossimo, e verticale in Dio. Egli è totalmente centrato su di sè,  e vede l’altro come un pericolo da allontanare piuttosto che un fratello da aiutare; la distanza viene salutata con favore, invece che sentita come una chiamata affinchè sia colmata. Ebbene, stanti queste premesse, non si va da nessuna parte: la Bibbia la si può anche conoscere a memoria, ma finchè resta una esperienza delle labbra e non diventa una esperienza del cuore, rimane un mero esercizio nozionistico. Un esperienza spirituale è efficace fino al punto in cui, provenendo dall’esperienza quotidiana, ce ne mostra la finitezza, toccandoci il cuore (miseri-cordia) e chiamandoci alla tensione verso una realtà altra, oltre (trascendenza). Se questo processo non avviene, la lettura del testo sacro sarebbe utile e appassionante come l’imparare a memoria le date di diploma di un annuario scolastico.
Il Pubblicano
Diversa invece è la vicenda del pubblicano: il suo lavoro lo porta in mezzo alla miseria ogni giorno, la tocca ed è da essa toccato nel cuore in una tensione colma di misericordia che lo chiama a trascendere in senso orizzontale abbassandosi verso l’altro, colmando quella distanza che la miseria quotidiana ha imposto, e, in senso verticale, riconoscendo la propria finitezza rispetto all’esperienza ultima di Trascendenza. Solo chi è disposto a scendere, lasciandosi toccare, chiamare dalla finitezza dell’umano, può comprendere l’urgenza misericorde di trascendere, elevandosi verso il piano spirituale. Ancora: la Trascendenza ci chiama, ci fa sentire nudi e finiti, in una Relazione Spirituale profondamente asimmetrica col Divino. Come ci ha insegnato Bellows in settimana, ciò che colma questa alterità, razionalmente incolmabile, è proprio l’esperienza del cuore: nella misura in cui siamo in grado di provare misericordia verso l’altro, possiamo metaforicamente pensare di toccare il Cuore Divino, invocandone misericordia per noi, lasciando che lo Spirito misericorde ci elevi, aiutandoci ad annullare la fallace percezione di una distanza dall’esperienza spirituale che spesso ci coglie. Se ci pensate è ciò che quotidianamente chiediamo nel Padre Nostro… rimetti a noi i nostri debiti…  Il pubblicano, che ha compreso questo, sarà elevato, il fariseo no.
Però attenzione. Se è vero che il cuore conta più delle labbra, e il gesto più di ogni formula divisiva, nel nostro consueto richiamo alla moderazione dobbiamo guardarci dall’eccesso opposto,  che l’esempio del pubblicano non diventi cioè una scusa per annacquare la fede nel pressapochismo autoassolvente. Ma come capire qual è il discrimine? E’ proprio la misericordia  a farci percepire l’aridità di ciò che facciamo e l’esigenza di un rinnovamento della pratica nel senso della trascendenza. Se da un lato infatti è logicamente ineccepibile essere chiamati ad una pratica coerente che testimoni il lavoro che noi intendiamo fare su noi stessi, nell’affermazione della nostra dignità trascendente, è altrettanto vero che, affinchè questa possa restare una esperienza autentica, deve guardarsi dall’abitudine che tutto ingrigisce. Usare o non usare formule precostituite e consuetudini tradizionale è auspicabile se e solo se la scelta derivi da una autentica esperienza del cuore… se è frutto di sola abitudine allora dobbiamo cambiare strada.
Non ho molto altro da dirvi, se non ricordare che il Maestro chiuderebbe con un semplice invito:
Γίνεσθε οἰκτίρμονες
Ghineste oiktirmones
Siate Misericordiosi (Lc 6:36)
Amen Rob
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