Finale, 29 maggio 2016

Le religioni sono indici che puntano ad una luna che splende nel cielo. Questa luna è un’esperienza comune sottesa ad ogni religione storica, che è il senso della gratitudine e della connessione che ogni religione tenta a suo modo di esprimere. O di “unità con la Vita tutta” come processo creativo e di “unità con le Vite tutte” come rete di relazioni, come amo personalmente descrivere questa esperienza. Le religioni, però, come ci ricorda il bel libro del Rev. Lawrence Sudbury che egli stesso ci ha ora presentato, spesso non cercano o non sanno esprimere la comunanza di questa esperienza. Il loro sguardo sembra fermarsi sul dito piuttosto che guardare alla luna, all’esperienza, che esso intende indicare.

Tuttavia sono personalmente convinto che di quell’indice abbiamo bisogno, perché senza quel cenno verso il cielo troppo spesso ci dimenticheremo di guardare la luna. Il problema è, allora, cercare di costruire una religione capace di non bloccare il suo sguardo su quel indice umano. L’Universalismo Unitariano, in fondo, non è altro che uno dei possibili tentativi di rispondere a questa esigenza, attraverso una proposta religiosa ancorata al valore dell’esperienza (e che, dunque, richiami costantemente il valore dell’esperienza spirituale sottostante alle espressioni religiose) ed alimentata da una pluralità di linguaggi (e che, dunque, impedisca di fossilizzarsi sulle singole esperienze religiose come le uniche valide).

“La Vita è già un miracolo” è il tentativo di una guida, la prima in lingua italiana, all’Universalismo Unitariano.

Riassumere in poche righe un lavoro che intende essere una guida alle diverse sfaccettature di un movimento religioso per giunta complesso come l’Universalismo Unitariano è complicato e soprattutto insidioso.

Potrei certo farvi una carrellata dei contenuti essenziali dei capitoli di questo libro … e in realtà lo farò.

Si comincia dall’ABC, la presentazione dei 7 Principi, che qualificano la nostra come una fede liberale e socialmente impegnata, e delle 6 Fonti, che fanno, invece, del nostro percorso una fede aperta e plurale.

Nei due capitoli successivi si esplorano la radice unitariana e quella universalista del nostro movimento. Per l’Unitarianesimo si è limitati gli aspetti storici ad un cenno essenziale, demandando l’approfondimento ai lavori già esistenti, alcuni scritti dagli autori che siedono oggi al mio fianco. Qualcosa in più si è detto sull’Universalismo, in quanto testi italiani a riguardo non se ne hanno. Ma più che la storia, ciò che si è cercato di individuare è la filosofia di fondo di questi due movimenti, che potesse essere ancora oggi una pianta ancora viva ed in crescita a prescindere dalle radici cristiane che le accomuna. E questa filosofia di fondo si è rintracciata, per l’Unitarianesimo, nella riscoperta dei doni della vita e della vita come dono, cui, però, rispondere con l’impegno della responsabilità; per l’Universalismo l’originale istanza di una “salvezza per tutti” ha, invece, lasciato il posto ad una “speranza per tutti”, ad una salvezza “con” tutti ed in una riscoperta del valore “corale” dell’esistenza.

A differenza di altre denominazioni, però, queste istanze della propria tradizione non vengono vissute erigendo attorno ad esse un recinto identitario. Ne nasce uno strano modello di religiosità organizzata, tra chiesa e movimento, che non rinuncia ad avere e testimoniare una sua storia, né ad offrire il calore di una comunità e di una dimensione rituale, ma che si alimenta di una pluralità di voci e mira a far venir fuori attraverso la propria esperienza la radice trascendentale che accomuna la spiritualità tutta oltre le distinzioni delle diverse credenze. “Una chiesa con la porta aperta” , come recita il titolo del capitolo, ma che allora era la Chiesa della Fede Aperta che muoveva i suoi primi passi, oggi è già una realtà più grande e plurale, la Comunione Unitariana Italiana, che universalisti e cristiani unitariani hanno costituito facendo prevalere ciò che li accomuna sulle pur esistenti differenze.

Ma l’Universalismo Unitariano non è solo una realtà sociale esteriore: è una spiritualità plurale, accomunata dall’esperienza dell’unità con la Vita tutta come processo creativo e con le vite tutte nella rete di connessioni dell’esistente. E’ questa spiritualità che viene esplorata nel capitolo dedicato. Forti di queste riflessioni, il capitolo “Nella vita quotidiana” affronta le questioni pratiche dell’etica e del nostro rapporto con l’esistenza, in una prospettiva liberale, ma non libertina, conscia dei legami con la Vita e con le altre vite e delle responsabilità che ne conseguono.

Il capitolo successivo è, invece, dedicato al rapporto dell’Universalismo Unitariano con le altre tradizioni, realizzando quell’impegno “a dare voce e compimento a quei messaggi che, all’interno delle diverse tradizioni religiose, vogliono affermare l’inclusione della diversità, l’eguale dignità di ogni persona, la fondamentale Unità della Vita, la rilettura di testi, simboli e riti alla luce dell’universalità dell’esperienza spirituale.”

L’ultimo, esteso, capitolo è, invece, dedicato alla dimensione liturgica, con esempi di riti e di pratiche ed un’ampia raccolta di inni e preghiere.

Con tutto questo si è inteso dare per la prima volta al lettore italiano una guida all’Universalismo Unitariano, che fosse “pratica”, ma non “praticona”, che offrisse, cioè, anche basi teoriche profonde, non per riporle nell’ampio scaffale degli inutili sofismi, ma perché fossero strumenti interpretativi del mondo e della propria esperienza di fede e di vita, di cui le parti più apertamente pratiche sono in realtà esempi di applicazione.

Ma da questa carrellata forse non emerge la filosofia di fondo che anima questa guida. Ho provato ad esprimerla nella copertina stessa del libro, che riprende un periodo particolarmente significativo del messaggio essenziale che volevo provenisse dal libro e, in fondo, dall’Universalismo Unitariano che con il mio ruolo di pastore intendevo servire: la speranza.

“La vita è già un miracolo, nel suo incessante movimento creativo e nella rete di incontri che essa ci propone. Eventi che rompono gli schemi e che ci introducono in nuove prospettive non sono eccezioni, ma momenti dell’ordinario movimento della vita. E quello che sembra il cono di un’ombra costante non è altro che il buio dei nostri occhi chiusi. E allora basta aprirli per ricominciare a vedere. Non sempre le forme della religione in cui siamo abituati a muoverci sono, però, in grado di risvegliarci, di aprirci gli occhi: a volte preferiscono predicare la paura, piuttosto che la speranza; il dogma, piuttosto che l’esperienza; una vita nell’aldilà, piuttosto che la pienezza della vita nell’aldiquà.”

Rispetto ai miei amici e colleghi, che condividono oggi con me il piacere di presentare la loro opera grazie all’ospitalità di questa libreria e alla gentilezza dei suoi gestori, ho, però, la possibilità di una prospettiva diversa sul mio libro: non è il mio, infatti, un libro che muova i propri primi passi verso l’incontro con i propri lettori, ma è una fatica che ha già incontrato il parere dei pur pochi coraggiosi che hanno sfogliato le sue pagine. Ho, pertanto, già avuto il piacere di ascoltare le voci di chi dal libro ha tratto spunti di riflessione e stimoli per lo spirito dall’amore per la Vita e per le vite, che è il racconto della fede UU attraverso le pagine di questo libro. Ma ho potuto affrontare anche le critiche ed i dubbi di chi di questo racconto non è rimasto poi così convinto.

Poiché è dalle critiche che traiamo le lezioni che più ci fanno crescere, vorrei affrontare la principale di queste critiche. Ed è il rimprovero per un eccessivo ed ingenuo ottimismo che promanerebbe da un libro sin dal titolo e dalla sua presentazione così smaccatamente sbilanciato su una visione positiva della vita. Certamente sia l’Universalismo Unitariano che io stesso come persona siamo fondamentalmente solari ed il linguaggio che ne deriva non può che rispecchiare questa natura. Ma se c’è una critica che viene fatta nel libro agli UU stessi e che, accanto al biasimo per aver troppo spesso trascurato la ricchezza della propria tradizione, giustifica quell’aggettivo di “auto-critica” con cui definisco nel sottotitolo questa guida, è proprio verso taluni eccessi di ottimismo, in particolare sulla natura umana.

Se dovessi far emergere oggi l’Universalismo Unitariano come messaggio di speranza in maniera meno equivoca ed ingenuamente ottimista, proverei a re-titolare questo libro come “La vita è un dramma, ma non una tragedia”. Un dramma significa che cose brutte accadono, la vita non è perfetta mai, ma siamo parte di una storia che volge verso un senso, forse non sicuro, ma che certamente l’Universo tutto sta cercando disperatamente. In questo senso non è una tragedia, perché il destino non è fallire definitivamente, ma provare e provare ancora. Non dobbiamo, infatti, confondere ottimismo e speranza. L’ottimismo dice che tutto va bene, che non dobbiamo cambiare. La speranza è invece ostinazione, cadere e rialzarsi come un pugile suonato o un soffione calpestato. Ecco, ora come quando tre anni fa diedi alle stampe queste pagine, io vedo questo impulso, questo slancio vitale, sotteso all’universo e agli sforzi che noi facciamo in esso. E nell’Universalismo Unitariano la religione, chiesa o movimento, che più limpidamente ne dà testimonianza.

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Past. Alessandro Falasca

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