Conferenza Tenutasi presso
La libreria Cento Fiori
A Finale Ligure
il 29 Maggio 2016

Non è mai facile parlare a posteriori di un proprio libro: credo che ogni testo nasca dall’esigenza profonda di un autore di esprimere qualcosa che ha dentro e che preme per uscire per essere comunicato.

Se mi domando oggi quale esigenza mi ha indotto a scrivere queste pagine credo che essa sia riassumibile in una parola: unità.

Io vengo da una tradizione cristiana ma, all’interno della comunità unitariana-universalista, mi sono trovato a confrontarmi con altre esperienze e altri percorsi e non è stato sempre facile. Il rischio, in molti casi è quello di arroccarsi, di porsi in una posizione difensivistica di questo o quel cammino. Nel tempo, mi sono accorto che questo atteggiamento è quanto di più nocivo per una reale crescita spirituale perché significa, in fondo, creare barriere, muri, divisioni e, in ultima analisi, riproporre in forma personale dogmatismi  che si riteneva di aver superato nell’atto stesso di unire le proprie sorti a quelle di una denominazione per sua stessa natura post-dogmatica e, in fin dei conti, post-religiosa che fa dell’ascolto, della ricerca condivisa e dello scambio fraterno di ottiche a tratti anche divergenti il proprio cammino verso una possibile comunione con l’istanza trascendente.

Ho usato di proposito il termine “denominazione post-religiosa” perché credo che lo snodo fondamentale, il punto di partenza di questo testo sia stato proprio il rendermi conto che religione e spiritualità non sono termini necessariamente sovrapponibili.

Chiediamoci, innanzitutto, che cosa sia una religione e, molto probabilmente, ad una analisi più attenta, comprenderemo che una religione non è che uno strumento, un linguaggio per parlare del Sacro, per camminare verso una connessione del proprio io con un elemento di trascendenza che riteniamo basilare più per intuizione personale, per sentimento interiore che per fattori meramente razionali.

Ogni religione non è che un significante culturalmente codificato e determinato e, come ogni significante, deve sottendere un significato per non diventare elemento vuoto e autoreferenziale. Se, però, consideriamo una religione come un significante o un insieme di elementi simbolici significanti che nascono all’interno di un contesto culturale determinato, due sono gli elementi che scaturiscono:

1) in primo luogo, significa che una religione non è, in fondo, che un linguaggio di significazione del sacro e, come tale, ogni religione esprime attraverso strumenti diversi, significati che, al di là di differenziazioni sviluppatesi nel tempo e fondamentalmente spurie, devono essere comuni;

2) in secondo luogo, se davvero una religione è un linguaggio espressivo di un significato comune, allora il passo successivo non può essere che ricercare quale sia questo significato comune, pur articolato secondo modalità  differenti in contesti differenti.

E questo significato esiste e risiede nel comandamento di un amore verticale che si muove tra Dio e gli uomini e in un comandamento conseguente di amore orizzontale tra gli esseri umani che si ponga come riflesso corollariale proprio della relazione amorevole tra Infinito e finito: ogni religione ha ben presente questa idea e, anzi, ne fa il suo fondamento primario nello sviluppo della propria morale e della propria spiritualità.

Questo, allora, diventa l’elemento unificante, il punto di scaturigine di qualsiasi percorso spirituale.

Esiste un atto di amore primario da parte di una Trascendenza infinita che può assumere mille nomi diversi ma che si connota, comunque, come attore di un atto di amore incredibile nel momento stesso in cui si piega al contatto per Lui non necessario  con il finito, sia nella creazione che nel fluire di una comunicazione costante.

E’ a questo atto d’amore che gli esseri umani, al di là di qualsiasi dogma spurio, di qualsiasi specificazione posteriore sono chiamati a rispondere non perché spinti da questa o quella promessa, non come atto dovuto per una salvezza incerta né per una morale denominazionale che delimiti gli ambiti tra “chi è dentro” e “chi è fuori” ma perché quello stesso amore è elemento costitutivo della nostra essenza più profonda, dalla quale troppo spesso paure ataviche, ansie di dominio e controllo dell’esistente ed egoismi da esse derivati ci allontanano.

Ecco, allora, che il primo compito dell’essere umano, per rispondere ad un amore creativo trascendente è quello di lavorare su se stesso per sviluppare una reale “metanoia”, un cambiamento della propria ottica di riferimento in una assunzione di una prospettiva non imposta dall’alto ma personale e concretamente vissuta di amore verso l’esistente, di cooperazione con i suoi consimili ch prenda il posto della competitività, di allargamento della propria ottica da un “io” autoreferenziale ad un “noi” sempre più ampio.

E, una volta compiuto questo passo di riappropriazione della propria istanza vitale più profonda, la conseguenza naturale è l’espressione di tale istanza verso l’esterno, nella pratica concreta della propria vita, pur con tutte le difficoltà che questo può comportare.

E’ questa la felice intuizione di uno dei più grandi teologi contemporanei, Raimon Panikkar, a cui il mio testo è profondamente debitore.

Panikkar esprime il corretto atteggiamento spirituale come “ortoprassi”, un atteggiamento che supera il dogmatismo superimposto di un’”ortodossia” che semplicemente  esprime il cammino umano come una serie di regole e credenze a cui adeguarsi e, allo stesso tempo, supera l’”ortopoiesi” di una semplice etica civile che veda nell’azione morale, pur meritoria, la meta ultima, fine a se stessa dell’agire umano. L’ortoprassi , in qualche modo, ingloba in sé entrambe le istanze, superandole: ingloba l’ortodossia nel momento in cui, vissuta una reale metanoia, l’essere umano diventa regola di se stesso nell’agire verso gli altri e ingloba l’ortopoiesi nel momento in cui tale agire rimanda ad una istanza che supera la materialità, la concretezza per riflettere un piano trascendentale che è inveramento del nostro essere.

Allora, nell’attuazione di un concreto agire ortopratico cooperativo, diventerà naturale per noi superare ogni spuria barriera ideologica, sociale, denominazionale, ogni etichetta posticcia, ogni paura atavica per aprirci a quella cura amorevole del creato in ogni sua forma che è, in realtà, il nostro compito spirituale primario e, allo stesso tempo, il completamento del nostro percorso di riappropriazione del nostro io più vero.

Questi sono, qui solo accennati, i temi che ho cercato di sviluppare nel mio libro che, non a caso, ha come sottotitolo “note a margine di un cammino spirituale verso l’ortoprassi”.

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Rev. Lawrence Sudbury

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