Cari  Amici,
Oggi voglio parlarvi di come il mondo UU superi la contrapposizione tra testimonianza e servizio. Nelle altre tradizioni vi è infatti spesso una contrapposizione, molto sentita nei ministri, tra l’esigenza di testimoniare e quella di servire il prossimo. La pericolosa confusione di piani, tipica del mondo di oggi, ha portato all’estremizzazione il rapporto con la fede, creando delle macchiette che poco hanno a che fare con la moderazione, che deve essere la linea guida del nostro quotidiano. Da un lato abbiamo infatti il soldato della fede, casto, puro e irreprensibile, che si nutre di un rapporto privato con lo Spirito, che ha gli occhi sempre e solo rivolti verso l’alto,e che preferisce gloriarsi della sua purezza piuttosto che stringere la mano tesa di chiunque gli chieda aiuto. Aiutare un peccatore a costui sembra complicità e connivenza,un insulto alla Trascendenza; pochissimi sembrano degni della sua attenzione, se non fosse per il Principale, o almeno un surrogato di esso, che giustifichi il suo narcisismo ed il suo egocentrismo. Dall’altro abbiamo il missionario, splendidamente e amorevolmente impegnato in attività di carità verso il prossimo e di accoglienza. Tutti dovremmo imitarlo. Però, molte di queste persone, al momento di accompagnare l’azione caritatevole con una testimonianza spirituale, si fanno prendere da uno strano pudore e accettano di tutto, dalla bestemmia al pressappochismo, molto in voga di questi tempi.
E’ possibile che non si riesca a trovare un equilibrio tra queste due posizioni? Io credo che il motivo della difficoltà stia nella metafisica sottostante che contrappone il cielo alla terra: Dio sta lassù e il fango sta quaggiù. Benché questa posizione sia stata molto in voga nell’alto medioevo europeo, mi sembrerebbe il caso di abbandonarla e di fare un passo avanti, che ne dite? Per qualsiasi approccio UU non può esistere una contrapposizione netta tra lo Spirito e l’uomo. Lo Spirito abita l’uomo, lo anima. Questa affermazione è il fondamento di buona parte dei principi UU, dal primo, per cui la dignità di ogni essere vivente si può pensare anche a partire dalla presenza in ciascuno di un tesoro spirituale, che dobbiamo coltivare e non sopprimere, fino all’ultimo, l’interrelazione di tutti gli esseri viventi, fondata appunto sulla comune relazione con l’Origine. Se così stanno le cose, il tempo con l’altro, il tempo con e per il prossimo, il tempo del servizio, non è tempo sottratto alla dimensione spirituale, ma anzi preghiera stessa, volta a ritrovare nell’altro, nel nostro quotidiano, quella presenza spirituale che verbalmente diciamo che pervade ogni aspetto della nostra realtà.
Incontrare l’altro è un modo per vivere la dimensione spirituale. Servizio e fede non sono scindibili, ad una condizione però: che io comprenda la giusta dimensione della testimonianza che spiritualmente devo dare, anzi devo essere, senza che essa sia di ostacolo in un senso o nell’altro. Quali possono essere le basi di un concetto UU di testimonianza? Certamente non l’imposizione forzata della nostra visione delle cose all’altro, non il considerare bestemmia ogni esperienza diversa dalla nostra. Testimonianza è la promozione di una propria idea, non un surrogato di meschino agonismo nel sopprimere quella altrui.Tornando ai principi del nostro percorso comune, dobbiamo pensare che ciascuno di noi sia in possesso di un autentico dono dello Spirito, di un gioiello spirituale. Prima di poterne parlare però, dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco piuttosto grosso: il fatto che una manifestazione spirituale possa essere gelosa di un’altra, come una bionda lo può essere di una bruna. [Nella tradizione cristiana hanno persino provato a definire il mio povero Principale geloso ( קַנָּא) (qanna) (Es 20:5), scrivendo tali baggianate che meriterebbero una serata a parte] Non è così. Stante la comune Origine, se io aiuto un ateo evangelico ad essere un miglior ateo evangelico, faccio un servizio alla comune Origine, se io aiuto un teologo dell’unione ad essere un miglior teologo dell’unione, cresco anche io con lui nel medesimo cammino. Da un punto di vista formale ciascuno di noi compie il medesimo percorso di relazione verso la comune Trascendenza, che riveste culturalmente, storicamente, esteticamente, di contenuti che egli stesso ritenga più utili per spiegarsi ciò che accade. Così come ognuno di noi, di fronte al sorriso di un neonato (o ad un tramonto o ad una pizza), reagirà con esclamazioni di gioia, di volta in volta diverse, a seconda di dove vive, della sua cultura, della sensibilità, allo stesso modo, ciascuno di noi rivestirà il comune evento spirituale del vestito che ritiene più bello. Cristianamente parleremo di Padre, sarà il nostro modo per spiegarci ciò che ci accade nell’animo, senza per forza pretendere che il nostro modo debba essere il modo di tutti. Poi possiamo anche chiederci ma che se ne fa il Principale di un ateo evangelico nel suo giardino? Ma la risposta non ci compete, non siamo noi ad aver deciso la composizione dei fiori del prato, e dobbiamo comunque lavorare per la salute di tutte le specie, nessuna esclusa, godendo del colpo d’occhio variegato e fiorito.Senza contare che l’ateo potrebbe fare legittimamente lo stesso ragionamento nei confronti di un cristiano.
 
Noi dobbiamo impegnarci a coltivare con l’altro, curando ciascuno il proprio tesoro, a cercare con l’altro le condizioni minime di base per cui le specie di fiori possano convivere senza che qualcuna soffochi l’altra. Il ruolo della congregazione è proprio questo, essere una serra che coltiva specie diverse, preservando le condizioni minime di armonia, nella consapevolezza che i semi di specie diverse sono nutriti da un unico terreno. Il ruolo della congregazione quello di essere una linea di orizzonte comune all’interno della quale si possano sperimentare strade diverse. Poste le cose in questo modo, il nostro stare insieme è quello spazio in cui la dimensione di apertura e di servizio verso l’altro è tutt’uno con la testimonianza più autentica del nostro percorso.  Solo aiutandoci l’un l’altro a far splendere la luce di ciascuno potremo davvero rendere un servizio utile a quella dimensione che chiamiamo Regno, ed essere l’un l’altro sale della terra. La luce non ha confini, non ha colori, non ha denominazioni, non ha prospettive di parte… Se davvero vogliamo svolgere il compito di essere quella luce, dobbiamo saperla apprezzare in ciascun essere umano, indipendentemente dalle contingenti differenze culturali.
 
Siate dunque la luce del mondo, non buttate il vostro talento spirituale,
coltivate le caratteristiche che vi rendono unici,
Popolate il giardino dello Spirito del fiore unico che siete in grado di essere
Amen,
Rob
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