Cari amici,

lo sappiamo bene: il termine “proibito” ha ben poco spazio nelle nostre comunità, quindi evitiamo di usarlo e diciamo solamente che, all’interno dell’Unitarianesimo Universalista, il proselitismo è piuttosto sconsigliato.

Perché? Beh, le ragioni possono essere molteplici.

In primo luogo, credo che risulti chiaro per tutti che fare proselitismo di una spiritualità a-dogmatica presenta difficoltà che i nostri fratelli di altre comunioni non hanno. Di cosa fare proselitismo? Al massimo possiamo comunicare una tendenza della spiritualità, quella liberale e progressista, che, per altro, condividiamo con altre comunità. O forse possiamo proclamare i nostri “Sette Principi” ma, parliamoci chiaro, difficilmente possiamo affermare che quei principi, che noi ci siamo premurati di raccogliere e mettere al centro della nostra fede, siano prettamente UU e non, piuttosto, almeno tendenzialmente, patrimonio comune dell’intero genere umano o, quantomeno, di quella parte che si definisce democratica e aperta. Attenzione: questo non significa che non abbiamo niente da dire ma significa, piuttosto, che, al di là di tendenze di fondo, le nostre istanze sono così profonde, direi persino così personali da non ammettere costrutti generali e generici, forzatamente omnicomprensivi, che sono, poi, quelli che normalmente diventano gli oggetti della comunicazione proselitistica.

In secondo luogo, dal mio punto di vista piuttosto giustamente, tendiamo a non volerci “sostituire” allo Spirito: in fondo, piuttosto ovviamente, se qualcuno è pronto per accoglierlo, lo Spirito non ha certo bisogno di noi per parlare all’anima del singolo mentre se qualcuno non è pronto neppure mille parole lo possono smuovere senza che questo non risulti in una sorta di forzatura psicologica.

In terzo luogo, non è un “credo” enunciato al mondo che può cambiare i cuori ma, al massimo, un esempio, la visione di un reale amore verticale (verso la trascendenza) e orizzontale (verso i nostri fratelli) che esprimiamo perché lo abbiamo realmente interiorizzato, perché lo abbiamo fatto nostro fino a farlo divenire il nostro stile di vita che traspare da tutto il nostro essere quotidiano, dal nostro pensiero, dalle nostre parole, dal nostro agire. Questo sì che può indurre qualcuno a porsi domande, a pensare che un’altra possibilità esista realmente, senza che, per questo, dobbiamo andare di casa in casa e di piazza in piazza per cercare di “ammaestrare” chiunque ci passi sotto tiro.

Infine, perché la nostra “non violenza” e la nostra “tolleranza” devono partire dal rispetto del singolo e qualunque forma di intromissione non richiesta nella vita altrui, qualunque volontà regolativa della fede di qualunque essere umano che non si rivolga a noi di sua spontanea volontà è, in fondo, una forma almeno parziale di coercizione, una forma di intrusione violenta che, oserei dire, si prefigura addirittura come il primo gradino verso quei fondamentalismi i cui disastri sono sempre più sotto gli occhi di tutti.

Insomma, il non proselitismo UU è, direi, più che sensato: una più che logica conseguenza del nostro amore per il prossimo e della nostra fiducia nel “libero arbitrio” del singolo.

Eppure …

Eppure lasciate che vi esprima tre problemi che mi sono posto a questo riguardo, uno più prettamente come cristiano (ma immagino che possa essere esteso anche a altri linguaggi religiosi, sebbene con accenti diversi), uno più prettamente come pastore (ma, nell’ottica di un pastorato fondamentalmente esteso a tutti i fedeli, in fin dei conti comune a tutti noi) e uno, infine, legato alle modalità comunicative e ai limiti della comunicazione.

Ebbene, come cristiano, non vi nascondo che un paio di passaggi del mio testo principale di riferimento, il Vangelo, mi hanno dato più volte da pensare. A parte il testo sul “sale della terra” che abbiamo commentato domenica scorsa, probabilmente la pericope che mi crea più problemi sull’atteggiamento UU verso il proselitismo è il cosiddetto “Grande Mandato” di Matteo 28:16-20 (ma presente anche in Marco 16:15-16; Luca 24:44-49; Giovanni 21:21-23, con una cosiddetta “ripetuta attestazione” che, filologicamente, fa indubbiamente pensare ad un messaggio ben presente e circolante nelle proto-comunità). In particolare, la pericope, ai versetti 19 e 20, recita: “Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo’“.

Chiariamo subito un punto piuttosto importante: gran parte delle scuole esegetiche, anche trinitarie, concordando sul fatto che quel “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” sia assolutamente spurio e sia andato a coprire un “nel mio nome” della versione originaria. Non è, quindi, questo il problema quanto quel “andate, fate che tutti diventino miei discepoli” che sembra implicare (o meglio richiedere perentoriamente) una predicazione proselitistica. Come armonizzare questa richiesta con le assolutamente logiche e spiritualmente ineccepibili ragioni appena viste per il non proselitismo?

Come pastore, poi, il problema si pone nel momento in cui il mandato pastorale implica una necessità di proclamazione della fede e, a monte di questa, una necessità di “riconoscibilità” come “voce” di una determinata spiritualità. Ricordo che, durante gli studi seminariali, il mio terribile tutor torinese mi disse di ricordare che noi siamo solo come portinai che tengono aperta una porta ma che non sta a noi obbligare nessuno ad entrare . Ok, sono perfettamente d’accordo ma … Come far sapere che siamo quei portinai? Come far conoscere l’ubicazione di quella porta e invogliare chi ci ha appena intravisti almeno a “sbirciare” oltre la soglia senza dover necessariamente entrare, con almeno un po’ di prepotenza, nelle questioni spirituali altrui? E se per un pastore, perlomeno in qualche occasione, esistono alcuni elementi di riconoscibilità “esteriore” (da un clergy a una stola, ad esempio) che possono incuriosire e indurre alcuni almeno a fare qualche domanda (cosa già di per sé rara per la sacrosanta questione di riservatezza per cui “parlare della religione altrui è maleducato”), lo stesso non si può neppure dire per tutti gli altri “pastori” rappresentati, nella più pura tradizione protestante, da tutti i fedeli della Comunità.

Infine, vi è il terzo grande problema: quello della comunicazione. Immagino che sia capitato a tutti voi di imbattervi in qualche “predicatore di strada” di varie Denominazioni e suppongo che anche voi, come me, abbiate provato un certo fastidio nel modo di questi fratelli si approcciarsi a persone che non conoscono, di cui non sanno nulla per tentare di indottrinarli (spesso, anche se non sempre, con opuscoletti e proclami prefabbricati imparati a memoria) prospettando chissà quale salvezza e chissà quale dannazione in caso di assunzione o meno delle loro stesse idee. Certo non è questo il modo per difendere e diffondere una fede nel libero arbitrio e nella ricerca personale supportata da una comunità parimenti formata da cercatori! Ma, pariteticamente, credo che sia chiara per tutti la necessità di una visibilità, di essere presenti nel “panorama delle opzioni” possibili per il singolo, di essere presenti nella mappa mentale collettiva delle spiritualità. E come fare? Come proporsi? Certo, oggi abbiamo molte possibilità in più rispetto al passato grazie alle nuove tecnologie e, mi pare, stiamo già lavorando molto attivamente in questo senso e nuovi canali comunicativi sono continuamente in cantiere. Altrettanto certamente, però, una proposta che affidi la sua visibilità solo al “mare magnum” della Rete rischia, nella ridda di voci, di essere solo un flebile sospiro mentre per altre forme comunicative più incisive mancano i fondi in quella spirale perversa rappresentata dall’equazione “pochi fedeli = pochi fondi”. Non resta, dunque, che la predicazione di strada, così invasiva e poco rispettosa, per rompere la barriera dell’impossibilità o, semplicemente, dobbiamo confidare nel lavoro dello Spirito e nel cambiamento della temperie culturale?

Cari amici, sebbene non ritenga che questo debba essere il mio ruolo pastorale, vorrei potervi e darci dare più risposte che domande, ma, purtroppo, non le trovo e, anzi, questo mio intervento è, piuttosto, una richiesta di risposte che vengano da tutti noi.

Da parte mia, ho solo due punti fermi piuttosto chiari nella mia mente.

Il primo è che mai e poi mai dovremmo imporci o tentare di imporci sul singolo, neppure a suon di logica, di cultura o di filologia (né, tantomeno, a suon di statuizioni para-dogmatiche, di diktat spaventevoli, di promesse infondate o di entrate “in gamba tesa” in ambiti altrui), ma, nel caso, dovremmo trovare nuove modalità per proporci perché ogni nostra forma di “proselitismo” non può che essere solo, appunto, la presenza di una “proposta” di percorso fattibile, un illuminare una possibilità di cammino altro a cui, però, dovremmo riuscire a dare più visibilità attraverso una semplice informatività.

Il secondo è che non dobbiamo mai transigere dall’onestà e dalla sensibilità, non dobbiamo mai indulgere a fantasie e sogni, non dobbiamo mai convincere ad ogni costo, non dobbiamo mai turbare la spiritualità altrui cercando di sovrapporvi la nostra: significherebbe solo tradire ciò che stiamo predicando e vivendo.

Lasciatemi dire, come ex-pubblicitario, che seguire queste due regole spirituali e, allo stesso tempo, cercare maggiore visibilità “informando” senza voler per forza “convincere” è impresa ardua.

Ma, in fondo, siamo Unitariani Universalisti: “per aspera ad astra” è quasi il nostro motto!

Adonai Echad,

Amen

Rev. Lawrence Sudbury

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