Cari amici,
(I)
Vorrei riflettere su un importante concetto, quello di gentilezza. Cosa significa essere gentili: etimologicamente appartenere a una gens, una famiglia, dotata di una sua tradizione, una sua cultura. Formalmente significa che la vita di un individuo è naturalmente immersa in una componente culturale che si organizza in gentes, gruppi di persone che condividono un certo numero convenzionale di norme. Significa che noi non possiamo vivere allo stato di natura senza darci una regola, ma possiamo scegliere quale regola darci.
(II)
Nel riconoscere l’appartenenza alla nostra gens sappiamo ad un tempo che noi siamo immersi in una serie di regole condivise, ma che queste regole potrebbero essere diverse da come sono. Nasce così l’idea di un principio formale di  “disciplinare a livello interno, sociale e spiritualeil proprio comportamento” possa essere interpretato in una pluralità di modi differenti, dando origine a una pluralità di gentes. Tra i fattori che determinano una gens ci sono anche le norme di gestione della relazione fondamentale col divino: ciascuna gens ha le proprie credenze, la propria metafisica. Lo UUismo riconosce costitutivamente una innumerevole pluralità di gentes e guarda con favore al processo per cui ciascuna gens acquisisce consapevolezza, come necessaria maturazione della componente etnoculturale del vivere di ciascuno di noi. Il cristianesimo, il buddismo, il taoismo… sono tutte maturazioni gentilizie del medesimo processo di espressione culturale di una medesima esigenza antropologica.
(III)
E se non sentiamo di appartenere ad alcuna gens? Il discorso etimologico si fa interessante… pensate a quando voi dite che qualcuno è gentile… mica fate riferimento ad una particolare cultura o famiglia… Infatti noi ci rifacciamo non al significato romano del termine, ma a quello medioevale, ad un’epoca in cui ci si rese conto che l’appartenenza ad una gens non si riconosceva dalla carta o dai nomi, ma dagli atti con cui ciascuno si approcciava al prossimo. Erano gli atti a dire dell’appartenenza ad una gens, e i membri di ciascuna gens si operavano a manifestarli dichiarando la propria appartenenza. Col passare del tempo sì scoprì che gli atti per cui le gentes potevano e volevano essere riconosciute erano più o meno sempre gli stessi. In generale gentile era chi era capace di rinunciare ad un vantaggio immediato cedendolo al proprio prossimo. Così anche oggi è gentile chi fonda il proprio agire su valori più alti che non la mera logica mondana. E’ gentile chi vi lascia il suo posto in fila o il sedile sul bus… egli lo fa perché nell’agire si appella a qualcosa di più profondo del semplice tornaconto immediato.
(IV)
C’erano e ci sono dei valori profondi che accomunano tutte le gentes, che ne definiscono ad un tempo i requisiti minimi e l’orizzonte di esercizio pratico. Dal nostro punto di vista UU i 7 principi costituiscono quest’alfa e quest’omega, essendo sia il requisito minimo, sia l’orizzonte di esercizio di qualunque dono o qualità voglia essere annoverata nella CUI.
Rispetto anche a quanto abbiamo detto anche con Lawrence mercoledì, dobbiamo considerare il dono e la trascendenza secondo una duplice prospettiva:
1) da un primo punto di vista l’orizzonte spirituale definisce ciò che siamo, il nostro qui e il nostro ora. Così come da un punto di vista percettivo il nostro apparato cognitivo ha bisogno di sequenze ordinate di dati discreti per poter funzionare, allo stesso modo l’esperienza spirituale ha bisogno di un retroterra a cui ancorarsi e da cui prendere linfa. Il dono è come un albero che ha bisogno di radici per non appassire, per continuare ad avere senso. La CUI è viva fino al punto in cui ciascuno di noi si impegna ad ancorare la propria pratica ed il proprio percorso intimo, personale e unico alle comuni radici. Senza questo comune impegno di connessione, di condivisione, di ricerca di basi al nostro comune sentire, non sarebbe possibile la comunità stessa. Grazie dunque a ciascuno di voi per ogni volta in cui pensate di incanalare la bellissima energia creativa spirituale all’interno dei binari che la CUI mette a disposizione
2) l’orizzonte ci porta però poi anche a vedere i talenti, i doni,  i nostri carismi (particolari o universali che siano) nella prospettiva dell’Oltre. Ci invita a trascendere il dato contingente della nostra tradizione spirituale per inscriverlo in una prospettiva più ampia in cui si superi la peculiarità del dato contingente e lo viva in una dimensione universale di antropologia spirituale. Quanto ciò che facciamo ci qualifica come esseri spirituali? Quanto ciò che facciamo vorremmo potesse essere adottato come norma universale da ogni essere umano? Quanto ciò che facciamo contribuisce alla crescita sociale, culturale e spirituale dell’umanità tutta?
(V)
Veniamo all’esempio giudeo – cristiano: l’affermazione di Isaia può essere presa in due modi, uno, quello legalista, vorrebbe che un modello di culto, quello farisaico, venisse esportato per tutte le genti. Il patto ed il sabato (Is 56:6) vengono presi come una norma metafisica che è avvenuta una e una sola volta nella storia e, per questa ragione, viene irripetibile e inalterabile.  E’ ancora opinione di molti baciapile… io sono aperto e disponibile purchè tutti la pensino come me. Questa non è apertura, questi sono capricci egocentrici. Il Maestro interviene decisamente in uno dei vertici indiscussi della sua predicazione (Mc 11:15-18) a negare decisamente questo approccio:
1) l’intero suo mandato possiamo vederlo come volontà di mostrare che il patto non sia una cosa avvenuta una tantum, stipulata da gente che non conosco in un lontano passato. No, il patto è qualche cosa che rinnoviamo ogni giorno, ogni volta che manifestiamo la nostra gentilezza, ogni volta che prendiamo in mano quel calice dicendo questo è il mio sangue, offerto in sacrificio (Lc 22:20)
2) Lo stesso dicasi del Sabato: il Sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato. (Mc 2:27-28) Il Sabato è uno spazio non cronologico o cronometrico ma spirituale in cui noi consacriamo totalmente noi stessi al servizio. Più che considerare dunque l’affermazione di Isaia come divisiva, egli pone l’accento sugli elementi inclusivi, sul gradimento dei sacrifici (ognuno diverso) di tutte le genti  (Is 56:7).
(VI)
Questo è  solo uno dei tanti esempi possibili di relazione tra il dono e l’orizzonte di cui dicevamo prima: dobbiamo accogliere il dono spirituale che ci viene offerto dalla tradizione (in questo caso Isaia) affermando il nostro legame concreto con la realtà che ci circonda, con la nostra gente; dobbiamo anche però saper reinterpretare questo dono in modi di volta in volta diversi, rivedendolo nella prospettiva di un orizzonte inclusivo che sappia trascendere al momento opportuno i particolarismi, usandoli come mezzo e non come fine.
Auguriamoci allora di imparare a saper essere gentili
e troveremo quel Regno di pace e di speranza che è orizzonte comune del percorso di ciascuno di noi.
Amen
Rob
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