Lc 18:35 Com’egli si avvicinava a Gerico, un cieco che sedeva presso la strada, mendicando, 36 udì la folla che passava, e domandò che cosa fosse. 37 Gli fecero sapere che passava Gesù il Nazareno. 38 Allora egli gridò: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 39 E quelli che precedevano lo sgridavano perché tacesse; ma lui gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 40 Gesù, fermatosi, comandò che il cieco fosse condotto a lui; e, quando gli fu vicino, gli domandò: 41 «Che vuoi che io ti faccia?» Egli disse: «Signore, che io ricuperi la vista». 42 E Gesù gli disse: «Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato». 43 Nello stesso momento ricuperò la vista, e lo seguiva glorificando Dio; e tutto il popolo, visto ciò, diede lode a Dio.

Cari Amici,

Quando gli unitariani parlano di principio di moderazione devono impararne l’utilizzo ed applicarlo in maniera efficace ad ogni aspetto del loro approccio alla vita. Nel dibattito sorto sui giusti limiti del proselitismo vorrei pensare il proselitismo come l’eccesso di una pratica corretta, il cui difetto è l’esoterismo. Il principio di moderazione ci impone di pensare che esista una zona verde, che è zona di proposta, delimitata da due zone rosse, proselitismo ed esoterismo. Chiamiamo questa zona verde attrattività e vediamo alcune categorie che ci permettono di distinguerla dai suoi estremi.

Anzitutto è un problema di direzione: mentre il proselitismo vorrebbe che un contenuto monolitico e immutabile venisse esportato dall’interno verso l’esterno, l’attrattività permette alle persone di avvicinarsi in forza dell’argomento. L’Idea non è una sonda mandata su mondi sconosciuti ma una stella che attrae pianeti in forza della sua massa. Lo stesso Aristotele nel libro XII della Metafisica, che Alessandra ben ricorda dai suoi studi di filosofia e di cui ci parlerà nella Comunione dei Fiori, dice che l’Idea deve attrarre rappresentando il fine di chi la cerca. Pensate ai bignè alla crema. Essi mica fanno nulla per essere mangiati, eppure attraggono gli individui in forza della loro intrinseca bontà.

Il nostro lavoro non deve essere quello di andare casa per casa a rompere le ciliegie di poveri malcapitati, ma lavorare affinchè la nostra Idea, quella che tutti noi condividiamo, diventi sempre più attraente. Quali sono dunque i canoni di bellezza di una idea? Anzitutto la chiarezza. L’idea base della CUI è chiara? Mettiamola così… potrebbe essere più chiara? Certamente sì. La responsabilità della chiarificazione delle idee è di tutti. Dei ministri in prima battuta, che devono imparare ad essere più chiari nell’esporre le idee, ma anche di ciascuno dei membri, che deve domandare di più, sollecitare di più chiarimenti, sollevando questioni; dall’altro proporsi, offrire il proprio tempo per l’organizzazione dei nuovi materiali (abbiamo l’idea di una riorganizzazione del sito e delle F.A.Q. Che resta in attesa di qualcuno che offra il proprio impegno a questo scopo).

Ma come fa una idea ad essere chiara? I miei studi di retorica, Quintilliano nella fattispecie, dice che una idea per essere chiara deve essere organica, ripetuta e semplice. Ciò che proponiamo è organico? Non troppo, noi abbiamo il merito di lasciare molto alla proposta di ogni singolo membro, ma questo merito porta con sé il difetto che il discorso che ne risulta non è complessivamente organico, diciamo così tante cose, abbiamo un panorama e una offerta così ricca (merito) che spesso farne una sintesi organica risulta difficile (difetto). Ma una idea deve essere anche ripetuta per poter essere compresa. L’impegno da parte di ministri e membri deve essere quello di tornare spesso sui principi cardine della CUI per renderli sempre più accessibili e presenti a chi ci segue. Inoltre una idea per essere chiara deve essere semplice. Pensate alla semplicità del Maestro quando parlava, alle parabole che raccontava. Come faceva ad essere semplice? Parlava di cose vicine alla gente egli parlava alle persone che aveva attorno a partire da cose che il suo uditorio poteva comprendere, parlava di pesca e raccolti a pescatori e agricoltori. Si tratta di av-vicinarci tutti. I ministri devono imparare a scendere sulla terra, parlando come mangiano, esponendo in poche parole, possibilmente in italiano e non in lingue morte da secoli (vero Rob?), ma i membri devono sollecitare la comunità a rispondere sui temi urgenti e concreti del quotidiano di ciascuno, utilizzando gli enormi spazi di intervento che la CUI mette a disposizione per questa opera di richiesta continua di chiarificazione. In questo senso l’impegno pastorale e collettivo nella definizione dei mandati e nel rifacimento del sito può essere un buon impegno per migliorare la nostra chiarezza e la nostra attratti

La parabola di oggi è un chiaro esempio di tutto questo: Il Vangelo, l’intera Bibbia, sono dei testi in cui la storia e la geografia non sono che degli inviti rivolti ai più volonterosi per andare oltre, dal piano letterale ai piani simbolici. Da un punto di vista letterale questa parabola è la guarigione di un cieco, fatto avvenuto varie volte nel Vangelo e che, eccezion fatta per la salute di quel singolo individuo non costituisce di per sé elemento di novità. Cose interessanti ci sono semmai da un punto di vista simbolico. Da un punto di vista di relazione con la Legge, sappiamo infatti che questo fatto avviene a Gerico, ossia quello che fu il punto di approdo del popolo alla terra promessa. Ma, una volta giunto alla terra cercata per 40 anni, cosa successe? Un bel niente. La città era una città come le altre. Di quello che si aspettava il popolo non vide nulla, era cieco, così come cieco è il nostro protagonista. Se cercata con gli occhi della logica mondana la via dello spirito è una via inconcludente; se all’evento, all’incontro con la fede, si voglion dare coordinate spazio temporali, se lo si vuole considerare un luogo fisico, un oggetto, non si vede nulla, si fa un buco nell’acqua. Se la fede la si considera una meta d’arresto, che una volta raggiunta permetta di sedersi a mangiare pop corn, non la si troverà mai. La ricerca deve continuare, fino a quando? Finchè non si comprende che la ricerca non deve essere condotta secondo coordinate spaziotemporali ma spirituali. L’esperienza di Gerico diventa significativa se si pensa al motivo per cui era nota: era chiamata la città dei profumi. Il profumo è il primo dei due elementi di questo episodio che allude all’esperienza spirituale e ultrarazionale. E’ proprio il profumo che, per chi ha fede invita all’esperienza spirituale interiore. Gerico non è importante per il luogo, per il paesaggio, per le case, ma per il profumo, attraverso il quale invita quello stesso fedele, che rimarrebbe cieco se cercasse una cosa tra cose, ad andare oltre ad aprirsi all’esperienza spirituale. Ma anche questo non basta, non basta sentire fisicamente il profumo, bisogna manifestare il proprio assenso spirituale, la propria volontà. E come viene fatto? Attraverso la voce, la cui natura volatile viene sempre vista nel Vangelo come evento che allude al piano spirituale in antitesi alla vista che riguarda quello materiale. E’ solo attraverso la voce che il cieco comunica la propria volontà di accedere al piano spirituale. E lo fa due volte, sia chiamando Gesù, sia rispondendo all’esplicito invito del Maestro.Ed è proprio in ragione di questa espressa volontà di trascendere l’esperienza quotidiana, che impara a vedere correttamente. Vede correttamente non tanto perchè veda oggetti, ma per avere imparato ad andare oltre a seguire il profumo, la labile traccia fisica lasciata dall’esperienza spirituale. Quattro elementi supportano questo discorso.

Il primo è il Maestro stesso, egli non fa niente, si limita a passare, non è lui che cerca le persone, sono le persone che cercano lui in ragione della bontà dell’esperienza spirituale che propone. Lo stesso vale per noi, la nostra energia deve essere spesa per rendere sempre più semplice, chiara e quotidiana la nostra proposta, il resto viene da sé.

2) Se ci pensate, da un punto di vista squisitamente razionale, il cieco non è che abbia detto a Gesù chissà che cosa, Figlio di Davide abbi pietà, eppure viene premiato, perchè? A tutte le interpretazioni possibili vi aggiungo questa: è premiato per non aver aderito,come folla indistinta, alla prima offerta razionale della via, ma è rimasto ai margini della strada, attendendo l’esperienza propizia. E’ premiato perchè ha atteso che fosse la dottrina ad indicargli la via giusta, dopo aver sentito il profumo e aver comunicato l’assenso

3) Il Maestro stesso non si prende il merito della bontà della dottrina e del miracolo che essa suscita. Gesù esplicita che il cieco è stato guarito in forza dell’atteggiamento spirituale che ha tenuto, del percorso che ha seguito, della volontà che ha manifestato. Gesù non fa altro che constatare la bontà del percorso di fede.

4) E siamo agli atti del fedele che ha recuperato la vista. Essendo una vista spirituale l’oggetto del contendere CHI ringrazia il cieco? Il Principale, mica Gesù. Il Principale viene ringraziato per una esperienza, la fede, che è possibile per l’uomo dal primo vagito che egli emette, ma che. per diventare esperienza consapevole, richiede esperienza e assenso. Infine, cosa fa l’uomo, recuperata la fede? Segue Gesù, la fede non è una meta ma una continua ricerca di approfondimento della consapevolezza spirituale

Auguriamoci dunque di avere la forza di continuare ad impegnarci per approfondire la nostra via, facendo in modo che, con l’impegno di tutti, risulti più chiara, più semplice, più vicina alle esperienze quotidiane di ciascuno di noi.

Nasè Adam
נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם
Amen
Rob

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