Lc 10:2 La mèsse è grande,
ma gli operai sono pochi 

Cari Amici,

Questo è un verso per me agrodolce, simbolo di quanto il Maestro, che era un tipo spesso scomodo, difficile, sia stato nei secoli edulcorato, tirato per la tunica per avvalorare opinioni che con il Vangelo c’entrano quasi nulla. Chi sono infatti i pochi? Per secoli generazioni di lettori si sono affrettati ad alzare la mano, compiacendosi di includersi nel numero ristretto. Le risposte di comodo date a questa domanda hanno inteso, di volta in volta affibbiare delle etichette categoriali: ognuno si includeva dichiarando l’appartenenza ad uno speciale gruppo. C’è chi dice che i pochi sono i Profeti, chi i discepoli, chi i monaci devoti alla Madonna del Pesto, chi i cattolici, chi i protestanti, chi i cristiani in generale. Insomma tutte categorie, tutte etichette, in una logica acceso//spento per cui o sei marchiato o non lo sei. Vi confido però un piccolo segreto: il Maestro delle etichette… non se n’è mai curato per nulla. Indicare i pochi con una etichetta non è possibile: non basta essere definiti cristiani per essere degni seguaci del Maestro. Nella vita della fede le etichette lasciano il tempo che trovano: ci sono dei bravi cristiani e dei cristiani terribili, dei buoni cattolici e dei cattivi cattolici, degli splendidi UU e dei pessimi UU. Ragionare per categorie è impossibile. Proviamo invece a ragionare per funzioni, per azioni. I pochi sono coloro che operano, nella misura in cui intendano disporsi ad operare e lo facciano il meglio possibile. Non si tratta di casacche ma di volontà di sporcarsi le mani nella vigna. Se questa volontà c’è…. che siano cristiani, musulmani o financo juventini, poco importa. Se la volontà non c’è, potremmo anche trovarci di fronte a regole bellissime, a tonache linde e dorate ma saremmo lontani dalla vigna.

Allora cosa significa operare? Significa essere disposti a mettersi in gioco, a zappare, a sporcarsi le mani, coltivando la vigna. Ma in soldoni questo come si traduce? Anzitutto dovremo iniziare con un elemento preliminare, è cardine di tutto il Vangelo: cambiare mentalità, la metanoia con cui comincia tutta la predicazione del Maestro, la conversione. Cioè? Mettersi a recitare a memoria un credo di cui il Maestro manco si sognava l’esistenza? Ovviamente no. Significa piuttosto essere disposti a trascendere, ad andare oltre, a sostituire alla logica mondana del profitto e del tornaconto personale, quella spirituale del benessere collettivo.La vita è un campo infinito di esperienze e di opportunità. Quanti sono disposti a raccoglierle? Molti di noi hanno la tendenza a sedersi e aspettare… in una interpretazione pigra di quel famoso “verrà il giorno” . No! Il raccolto non si raccoglie da solo, il giorno non verrà mai se non ci sarà qualcuno a preparare il terreno, a lottare per il Regno, affinchè esso possa essere oggi un passo più vicino. Alcuni dogmatici si sono creati il loro bel Paradiso in un Altrove perfetto e accogliente e pensano di vivere questa vita in attesa di quella che sarà, come se essa fosse una noiosa reclame prima del film. Non è così. E, ovviamente, non sono io a dirlo, ma il Maestro stesso che molti sono pronti a divinizzare ma pochi ad ascoltare. Gv 4:35 Non dite voi che ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ebbene, vi dico: alzate gli occhi e guardate le campagne come già biancheggiano per la mietitura. Nostro compito quello di impegnarci già ora per cogliere le infinite opportunità che la vita ci offre. Vivere spiritualmente richiede coraggio e intraprendenza per seminare ogni giorno il seme del Regno, per vivere e trasmettere quei Principi che ci animano.Ciò che ci contraddistingue come specie è la capacità di sognare e di trasformare i sogni in realtà. Ciò che ci contraddistingue come tradizione è la capacità di lottare, di rompere le scatole per l’uguaglianza di diritti e delle opportunità. Molti dei successi sociali, delle conquiste per la dignità di tutti gli individui sono avvenute anche per merito dei nostri padri. Non perdiamo questo spirito visionario, non lo disperdiamo, ma continuiamo a batterci per una società più giusta. Come disse il poeta: “chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te”. Ma vivere spiritualmente significa anche avere perseveranza e forza nell’accettare ogni volta il raccolto, e ringraziare per quanto ricevuto, anche quando non è in linea con le nostre aspettative. Personalmente avrei ritenuto, date le mie indubbie qualità estetiche, di meritare una vita da fotomodello, ma non è stato così. Non dobbiamo farci prendere dalla frustrazione di una vita che non risponde al nostro capriccio, ma dobbiamo saperla guardare, saper cogliere i costanti suggerimenti che il nostro intimo spirito ci manda e saperli seguire con perseveranza. La differenza tra il successo di una idea e una mera utopia non sta nel caso, ma in quante volte qualcuno abbia avuto il coraggio di proporla e riproporla, non ripetendo lo stesso messaggio, ma chiedendosi ogni volta come renderlo più attinente ai bisogni dell’interlocutore. Viviamo in una epoca di guerra tra poveri dilagante, di razzismo e di sfiducia nei valori di solidarietà sociale. Perchè il nostro discorso non risulti sterile, dobbiamo interrogarci su come proporlo e come comunicarlo per contrastare la retorica dell’odio di cui sono piene le cronache in questi giorni. Ma se sapremo farlo, se saremo costanti e pazienti in una proposta sempre più chiara ed attuale, allora avremo seminato bene quel seme del Regno che è nostro compito coltivare.

Infine essere buoni operai significa avere una adeguata apertura mentale per valorizzare l’incontro col prossimo. La messe è molta perchè molti sono i modi degni di vivere la vita, molte le strade percorribili. L’abitudine di appiccicare etichette, la consuetudine a considerare il nostro l’unico modo giusto di vedere le cose, fa si che noi tendiamo a porci verso l’altro con atteggiamento giudicante, prediligendo solo ciò che ci somiglia. Nostro sforzo deve essere quello di sospendere il giudizio, di lavorare per la ricchezza e per la diversa dignità delle esperienza collettiva più di quanto non faremmo creando una fotocopia del nostro modo di pensare. Garcia Marquez diceva: ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall’alto verso il basso un altro uomo solo per aiutarlo a rimettersi in piedi. Questo spirito dovrebbe qualificare ogni nostro incontro con l’altro.

Chi sono dunque gli operai? Le persone dotate di coraggio di proporre la propria visione del mondo e del Regno, di pazienza nel seminare attendendo il raccolto e di apertura mentale nel considerare la diversità come ricchezza. Non si tratta di etichette, ma di volontà di darsi da fare. Pensate che sia facile e ovvio? Tutt’altro, infatti gli operai sono pochi e sono guardati con sospetto da quanti preferiscono le comode etichette nell’attesa di un giorno che verrà.

Vi lascio dunque dicendo non aspettate, siate scomodi, siate ogni minuto il cambiamento che vorreste per il mondo

Ἔσεσθε ἐργάται

Eseste ergàtai

Siate operai

Amen

Rob

Annunci