Mt 5:9 Beati quelli
che si adoperano per la pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.

Cari Amici,

Cosa vuol dire operare per la pace? Vuol dire anzitutto che la pace non è immobilismo. Non è non facendo nulla e sperando nel Principale che le questioni si risolvono. Il Principale ci ha mandati qui per offrirci l’opportunità di dimostrare quanto siamo adulti e maturi: chiedergli di intervenire perché noi non siamo capaci a convivere senza litigare, non mi sembra una gran prova di maturità. La pace è un progetto ambizioso e complesso, i cui punti essenziali è nostro compito spiegare e rispiegare. Ne riassumo qui i punti essenziali.

1) La vera pace passa attraverso la ricerca di una condizione minima di benessere per tutti gli esseri umani

Ci vuole soprattutto un equilibrio nell’accesso alle risorse. Come dice un adagio rabbinico, attraverso un gioco di parole che vi risparmio, la pace è equilibrio, dove non c’è equilibrio non può esserci pace. Fino a quando una larga parte della popolazione mondiale vivrà in condizione di sfruttamento, non potrà esserci pace. Occorre impegnarci per un riequilibrio delle risorse, che, pur tenendo conto delle legittime aspirazioni di ciascuno ad una vita agiata, impedisca che si superi la soglia del buon senso, lasciando in condizioni di miseria mezzo mondo. Noi come UU facciamo molto in questo senso, la CUI devolve moltissimo in opere di solidarietà, ma è una goccia nel mare. Certo, se altri gruppi cristiani più consistenti spendessero quanto loro devoluto in solidarietà invece che in superattici, forse l’azione avrebbe un impatto maggiore. Sogno una Chiesa povera, non sono parole mie, ma di Bergoglio.

2) Quando la politica cura gli interessi dei Don Rodrigo e non quelli del popolo, non può esserci pace; quando la politica si abbassa a facile demagogia e rinuncia al proprio ruolo di educazione civile, non può esserci pace

Noi siamo convintamente democratici, ma dobbiamo guardarci da un errore piuttosto comune: non possiamo pensare che la democrazia sulla carta sia poi democrazia nelle scelte. Il popolo va educato a scegliere, il senso critico del popolo deve essere allenato e sollecitato in modo che impari anzitutto quali siano i propri interessi, e poi a quale sia il modo più corretto ed efficace per perseguirli. L’opera a cui come UU abbiamo tanto contribuito, l’aver portato il diritto di voto in Occidente, rischia di essere una bella incompiuta, se non insegniamo alla gente ad usarla, e qui noi, come UU, abbiamo molto da fare. Dobbiamo anzitutto lavorare per contrastare la sfiducia nelle istituzioni. Dobbiamo usare i recenti casi italiano e inglese per mostrare come il popolo nelle urne possa ancora contare, e molto. Dobbiamo lottare contro la corruzione dilagante, insegnando alla gente a denunciare gli illeciti, mostrando che la connivenza tacita conviene una volta su dieci, ma ti penalizza le altre nove. Dobbiamo lottare perchè ai demagoghi che speculano sul terrore manchi progressivamente la base del consenso, perchè gli ascoltatori abbiano gli strumenti per capire, disapprovare e fischiare, invece che applaudire a caso.

3) In una società in cui viene premiata l’ignoranza e derisa l’educazione non può esserci pace

Anche su questo possiamo far molto più di quanto pensiamo. Possiamo attivarci a favore della scuola, premiando politiche che investano in istruzione e ricerca e ignorando i fanatici del taglio. Possiamo mettere a disposizione il nostro sapere in mille modi, in famiglia, nel doposcuola sui social per allenare la coscienza critica delle giovani generazioni. Dobbiamo essere noi per primi i motori del cambiamento che vogliamo nella società. Curiosamente proprio adesso mi ha chiamato una signora rumena, che conosco di vista, per chiedermi ripetizioni gratis per la figlia che fatica a integrarsi. Ho accettato. E’ una cavolata, ma possiamo farlo tutti, e, facendolo, possiamo fare molto per il mondo dei nostri nipoti.Dobbiamo pretendere che la televisione torni ad essere servizio pubblico e non tribuna per demagoghi o, peggio, vetrina per tette e culi. Abbiamo anche qui uno strumento importantissimo, si chiama telecomando. Attraverso il telecomando possiamo pretendere che il discorso di chi parla di pace ottenga più attenzione di quello dei seminatori d’odio. Però, per poterlo fare, dobbiamo imparare a resistere alla tentazione della curiosità morbosa che ci viene dalla pancia. Dobbiamo far sì che i programmi educativi guadagnino ascolto e rimontino la penosa classifica che li vede tra i programmi meno visti della Tv. Dobbiamo farlo, possiamo farlo.

4) Quando la religione, a prescindere da quale sia, predica odio e morte, non può esserci pace.

Tutti i Libri delle religioni del Libro, le uniche che un poco conosco, hanno pagine ignobili. Ci sono pagine nella Bibbia che mi fanno vergognare di essere cristiano. Allora che facciamo buttiamo via i Libri? Certo che no, anche se, molto spesso, la tentazione è forte. Ma sarebbe la scelta è sbagliata: la soluzione non è chiudere il Libro, ma accendere il cervello. Ogni uomo di buona volontà è in grado di capire i limiti del letteralismo, ed andare oltre, senza buttar via il bambino con l’acqua sporca. La pace c’è solo lì dove c’è buon senso. Non pensate che sia io a dirlo, ma il Vangelo stesso: Pace in terra agli uomini di buona volontà. (Lc 2,14) Non bisogna chiudere i libri, ma aprirli, imparando a leggerli e a guardarli con senso critico, per quello che sono: non una verità infallibile, ma uno strumento umano e fallace, finalizzato alla crescita spirituale di quanti vogliano accostarvisi con pazienza. E’ nostra responsabilità vigilare affinché la dottrina che si insegna alle giovani generazioni sia improntata ai valori d’amore e solidarietà, bandendo decisamente l’odio e il razzismo. Non possiamo abdicare alla nostra responsabilità educativa, pensando che sia la società stessa, o peggio l’azione dello Spirito, a mettere al bando i cattivi maestri della fede mentre noi mangiamo popcorn in piscina. Occorre pensare a un sistema di pesi e contrappesi in tutte le religioni liberali per cui la libertà di accesso al pulpito e alla predicazione non sia permessa a qualsiasi imbecille, ma possa avvenire solo all’interno di un chiaro orizzonte di valori, che bandisca il fanatismo e l’insegnamento improntato all’odio. Non possiamo pretendere che generazioni educate quotidianamente all’odio maturino da sole gli anticorpi per difendersi, così come non possiamo pretendere che il senso critico nasca per magia in generazioni cresciute a tetteeculi. Occorre che ognuna delle nobilissime Tradizioni che l’umanità si è regalata, si doti di un organismo in grado non di dare regole e dogmi, saremmo punto e a capo, ma delle linee direttive che possano essere ad un tempo sia il requisito minimo, sia l’orizzonte di senso all’interno del quale ogni predicatore possa operare. A chi travalica questi limiti deve essere impedito l’accesso al pulpito con fermezza.

I limiti che ci siamo dati mi impongono di fermarmi qui, ma mi sembra di aver chiarito che la scelta per la pace non è un laissez-faire buonista, ma un preciso impegno politico, di responsabilità verso le giovani generazioni. I risultati di quest’impegno, però, sono come la prova costume: così come non possiamo svegliarci a giugno, dopo un inverno di eccessi, preoccupati di come eliminare i rotoli di panza, non nemmrno possiamo pensare di risolvere il problema della mancanza di una cultura della pace domani mattina. Dobbiamo seminare con pazienza e costanza, avendo negli occhi non solo il nostro presente, ma anche il futuro dei nostri figli e nipoti.

Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Amen

Rob

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