Mt 11:29-30 Prendete su di voi il mio giogo
e imparate da me,
perché io sono mansueto e umile di cuore;
e voi troverete riposo alle anime vostre
poiché il mio giogo è dolce
e il mio carico è leggero».

Cari Amici,

Quello che adoro del Maestro, l’esperienza che lo rende unico ai miei occhi è la sua capacità di sorprendermi continuamente. Andiamo con ordine: forse non tutti sanno che l’immagine del giogo era oggetto di una potente retorica della liberazione derivata dall’affermazione di Lv 26:13 Io sono il SIGNORE vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta. Ebbene capite quanto sian potute suonar strane queste parole? Il giogo non era schiavitù, è eterodirezione, è esperienza di frustrazione dalla quale il Principale ci aveva salvati? E allora come è possibile che il Maestro ci chieda di essere di nuovo schiavi? La retorica del giogo non è forse quella che ha prestato il fianco ad anni di malvagità compiute nel nome della cieca obbedienza? Non siamo noi forse una denominazione che predica con forza i valori di libertà? E allora perchè il Maestro si esprime in questo modo? Scopriamo insieme una possibile spiegazione. Anzitutto fate attenzione ad un punto. Il Maestro dice: prendete il mio giogo. Questa frase può essere letta in due modi: abbassatevi ad obbedire alle leggi che io vi impongo, oppure, molto più unitarianamente, condividete con me lo stesso giogo che porto io, come del resto fece Simone di Cirene con la croce Abbiamo dunque sgombrato il campo dal primo equivoco Gesù non è stato sdraiato su un amaca a vederci sgobbare, ma si è prodigato a fare le opere del Padre Nostro e ci chiede di fare con lui, seguendo il suo esempio: imparate da me.

Di che giogo stiamo parlando?

Certo non è quello del Levitico, non è quello dell’eterodirezione forzata e acritica. Da quello il Principale ci ha liberati, nel momento stesso in cui ci ha dato la libertà di scegliere, donandoci la vita stessa.

Allora cos’è questo giogo?

Cominciamo a chiarirci a cosa serva. Il giogo serviva sostanzialmente per arare. Arare, in senso simbolico, vuol dire preparare la via alla grazia divina operante, rimuovere, attraverso la nostra opera di servizio, quegli ostacoli di carattere pratico, razionale, o d’abitudine. Vediamo nel dettaglio. Ho parlato di errori razionali. Mi riferisco a ragionamenti sbagliati che conducono ad azioni sbagliate quali l’allontanamento dalla fede, o peggio il professare una surrogato di fede fondamentalista e classista. Un primo esempio di errori di questo tipo è dato dall’ignoranza. Molti giudicano una dottrina per sentito dire, basandosi su racconti superficiali che hanno il solo scopo di mascherare la pigrizia, permettendo di allontanarsi. Molti si professano UU per autolegittimare la propria visione delle cose (non mi riferisco a nessuno di quanti conosco, ma è un rischio diffuso) senza nemmeno sapere chi sia stato Emerson o Martineau. Molti si ergono a giudici della Bibbia ma poi non sanno nemmeno quali sono i primi 3 libri del testo. Arare significa in prima istanza rimuovere l’ignoranza incoraggiando una lettura critica del testo e un approccio aperto ed accogliente verso il prossimo.

Accanto a questo ci sono però anche problemi di natura pratica, quelli di quanti “non hanno tempo” o si applicano a intermittenza. Ararare significa lavorare quotidianamente affinchè l’esperienza spirituale di domani sia qualitativamente migliore di quella di oggi; arare significa imparare ad attribuire delle priorità alle esperienze della vita in modo che la mezz’ora di meditazione quotidiana non sia al 140esimo posto nella lista delle cose da fare; arare significa non rinunciare a perfezionare una più efficace gestione del tempo, che permetta di far fronte alle diverse esigenze della vita, senza che a rimetterci sia sempre e solo il momento di riflessione spirituale.

Infine arare significa tenere sotto controllo l’abitudine. L’essere umano tende per natura ad assuefarsi alle cose, ad ingrigirle nella noia, nella routine. Pensate alla vostra esperienza passata nelle varie chiese, alle persone che biascicano cose a caso, magari in latino, senza conoscerlo, con lo sguardo spento e semiaddormentato. Arare significa fare in modo che ogni singola esperienza spirituale possa essere sufficientemente nuova in modo da garantire attenzione.

Quelli che ho elencato sono tutti ostacoli che impediscono un pieno e genuino contatto con lo Spirito Divino, impedendo ai fedeli di farne esperienza come potrebbero o dovrebbero. Arare significa appunto questo: lavorare per rendere sempre più autentica la dimensione della fede. Il confronto e il dialogo nella CUI serve a questo: rendere sempre più profonda la personale esperienza spirituale. Questa dimensione dialogica e plurale ci porta a una seconda funzione del giogo: il permettere di lavorare insieme. Nessuno di noi nasce imparato: pensate a Noè che si ubriaca la prima volta che assaggia il vino o financo al Maestro, che prima di predicare ha fatto un lungo discepolato da Giovanni. Noi abbiamo bisogno di lavorare insieme sulla nostra fede per crescere insieme. Non possiamo crescere in solitudine, semplicemente perchè la solitudine ci esclude da quell’importantissimo banco di prova che è la fede dell’ Altro. Questo essere-con l’Altro spirituale costituisce ad un tempo sia una condizione ineliminabile dell’uomo, sia l’orizzonte di servizio per ciascuno di noi. Se tanto non conta arrivare al traguardo per primi, ma conta arrivarci insieme, è ovvio che io debba spendere eventuale energia in eccesso non tanto per correre più veloce, quanto per aiutare l’Altro.

Ma per tutto ciò occorrono regole, dolci e leggere come l’aratro che ci propone Gesù, ma indispensabili per il vivere collettivo. Una vita senza regole è uno stato di barbarie. L’uomo platonico, di cui abbiamo letto, non può non tornare fra i suoi. Prendete un ciclista, ben difficilmente un ciclista che scatti da solo molto lontano dal traguardo può vincere una tappa. Il gruppo, cooperando, lo riprenderebbe facilmente. Solo un corridore che rispetti le regole del giogo che lo tiene in gruppo può trovare riposo, dividendo la fatica con altri.Questo vuol dirci qui Gesù: se la CUI è così forte in questo periodo è proprio perchè stiamo imparando a lavorare insieme, accettando di mettere da parte i personalismi alla luce di un progetto di crescita comune. Abbiamo tutti accettato delle regole, lo Statuto e la netiquette ne sono un esempio, che ci permettono di star meglio insieme e di crescere insieme più efficacemente sul lungo periodo.

Chiudo dunque ringraziando tutti voi per lo splendido lavoro svolto ed esortandoci ad arare sulla scorta del dolce giogo datoci da Gesù, fatto di confronto e dialogo, affinchè l’esperienza di fede possa essere per ciascuno di noi ogni giorno più autentica,

Amen

Rob

 

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