Questa estate ho vissuto un sentimento particolare. Per dare la possibilità ai bimbi di fare un po’ di mare, io e mia moglie ci siamo praticamente trasferiti a casa dei miei suoceri ed abbiamo proseguito ad andare a lavoro da lì, facendo il sacrificio di qualche chilometro in più. Ma, ahimè, questo ha implicato la difficoltà nel poter seguire le attività della congregazione. Insomma, è stato uno stacco forzato dagli Universalisti Unitariani, proprio per me che non riesco a stare più di un giorno senza parlare o sentir parlare della mia religione, che è anche passione e parte del mio essere. Mi sarei aspettato un senso di ansia ed insofferenza ai limiti della crisi di astinenza, come a volte mi è già capitato… e invece no.

Sarà perché mi sono dedicato ad altre passioni altrettanto importanti ed appaganti, come la mia musica ed i miei figli, ma per la prima volta da tanto tempo ho avuto la sensazione di non avere bisogno affatto della religione. Questo mi ha messo un po’ in crisi. Non una “crisi di fede” in senso classico, perché nulla è cambiato in ciò che credo, né nell’intensità delle mie convinzioni. Ma, certo, per uno che gioca a fare il pastore part-time non è proprio il massimo ed anzi mi sono chiesto come potessi offrire spunti di riflessione quando non vi era in me l’usuale ansia di senso.

Roberto mi ha suggerito che la cosa più UU da fare in questi casi è non nascondere la difficoltà ed anzi usarla per interrogare la comunità stessa sul nostro senso religioso. E, sulla scia del consigli di Roberto, eccoci qui a parlarne. In fondo cosa ci dovrebbe essere di strano a non aver bisogno della religione? E’ la condizione della stragrande maggioranza delle persone che ci circondano. Ma, allora, tutti quei discorsi sull’importanza della religione o, perlomeno, della spiritualità per una vita più autenticamente vissuta, con cui vi ho ammorbato in tutti questi anni? Tutta roba da buttare? E allora dai, Alessandro, che te ne frega degli UU? Hai tante cose interessanti da fare! Ecco, perché non ti dedichi alla chitarra, al suonare e scrivere canzoni?

Mi sono chiesto, perciò, se io non avessi per caso piegato involontariamente la religione al mio bisogno umano di autorealizzazione, sicché, nel momento in cui questo bisogno aveva trovato il proprio appagamento altrove, la religione si era svuotata per me di interesse. Perché, se la pensiamo come un modo per realizzare noi stessi, la religione non ci “serve”, se non come può servirci una qualsiasi attività, ed anzi, siamo forse noi a servirci di lei, addomesticandola ai bisogni del nostro ego. Ed è così che si può seguire una religione con la speranza di diventare il Reverendo più figo, carismatico e ammirato della propria chiesa come si sogna di diventare un divo del cinema o un campione dello sport.

Ho provato ad immaginarmi realizzato nelle mie aspirazioni, in una vita senza la religione come presenza costante al mio fianco, ma ho sentito comunque la mancanza di un qualcosa, la cui natura non so spiegare. Quando poi è arrivato il momento di scrivere il sermone e sono andato a rivedere il calendario dei temi (dove per “rivedere il calendario dei temi” intendo rompere le scatole a Roberto per ricordarmi il tema del mese), il tema del mese, il rapporto tra bellezza e fede, è stato illuminante.

Se la religione non mi “serve”, perché non riesco a concepire una vita senza religione? La risposta è, molto semplicemente, perché la vita senza religione è meno “bella”. Non perché la religione, ogni religione, con i suoi riti scenografici e simbolici, con le sue parole poetiche, con l’arte che adorna i suoi luoghi o la musica che accompagna i suoi momenti, è in sé veicolo di bellezza, ma perché la religione ci introduce in una concezione del senso che va oltre il significato funzionale che usualmente diamo alle cose. La religione non è importante perché “serve”, ma perché ci insegna che il valore delle cose va al di là del loro “servire”, del valore strumentale che noi diamo ad esse.

Pensiamoci: le religioni del libro ci dicono che il mondo non è nostro e non possiamo piegarlo alla nostra ricerca di dominio e di utilità, ma dobbiamo accoglierlo come un dono; la religiosità orientale ci invita a superare i vincoli della nostra possessività sul mondo per riscoprirlo nella sua autenticità proiettato nella cornice di una realtà oltre le determinazioni. Le une nella contemplazione, le altre nella meditazione, esse sembrano concordi nell’invitarci ad attività che non “servono a nulla”, in cui nulla si fa e nulla si cerca, per riscoprire le cose nella loro realtà.

Attenzione: non è però un passaggio automatico (come in principio personalmente ho creduto). La religione rischia sempre di frapporre i suoi stessi feticci tra il fedele e la pienezza dell’esperienza spirituale. Il suo invito si compone di momenti distinti, dapprima l’invito a superare la nostra dipendenza dalle logiche del mondo, poi quello a sapervi tornare con spirito nuovo. Ebbene, non sempre questo passaggio si realizza: la religione stessa può intrappolarci nella beatitudine del sogno di una realtà altra da quella del mondo che siamo chiamati a vivere. Ed invero la crisi nel mio rapporto con le religioni nasce dalla constatazione di come questo rischio sia effettivo nelle pratiche che le religioni propongono. L’Universalismo Unitariano mi ha insegnato altro, mi ha iniettato nel sangue una tensione irriducibile a vedere nell’accoglienza delle vite tutte non solo un riflesso etico, ma un tratto stesso dell’esperienza spirituale. In qualche modo mi manca una pratica interiore che sappia rinnovare nell’animo il legame profondo con questa moltitudine. Ma questa è un’altra storia. E, comunque, l’Universalismo Unitariano può offrire al senso religioso di qualsivoglia sensibilità l’utile sprone a superare gli idoli non solo del mondo, ma della religione stessa.

Liberata da tali feticci, la religione è in grado di ricondurci alle cose finite portando in esse il respiro dell’Infinito, restituendo loro una bellezza nuova. Ma esteriormente nulla è cambiato: una religione compiuta nulla ci offre di nuovo rispetto a ciò che già abbiamo, sia rispetto a questo mondo che rispetto ad un qualsiasi altra realtà ipotetica. Nessuna salvezza, nessun dono, nessuna immortalità, nessuna scintilla divina che non fosse già presente in noi, che non fosse già implicitamente nostra.

Eppure l’esperienza spirituale, che il cammino religioso in tal modo ci induce, ci apre alla bellezza delle cose, perché ci permette di vederle nella nitidezza di colori della loro autenticità, con tutta la verità e la commozione per la storia unica che ciascuna di esse racconta, piuttosto che sotto la lente distorta di ciò che a noi “serve”. Essa ci mette nella condizione di accogliere la nostra vita e le vite altrui per quelle che sono e non per quello che noi vorremmo fossero. Ma proprio per questo, è attraverso il loro “non servire”, che le religioni sono capaci di “mettersi al servizio”. Perché ci aprono al bisogno altrui, piuttosto che chiuderci nel nostro bisogno. Lì dove la nostra utilità vorrebbe vedere Dio per chiedergli qualcosa, la religione ci “delude” mostrandoci il volto di Dio nel volto dell’altro. Lì dove la nostra utilità aspirerebbe alla beatitudine del Buddha, la religione ci “delude” rimandando la liberazione dalla nostra sofferenza nel nome della compassione per la sofferenza altrui. Ma è lì dove la religione delude le aspettative di ogni ricerca utilitaristica e di ogni immediata ricerca di una salvezza individuale che la religione esprime la sua intima “utilità”, che nulla è se non riempire la nostra vita di una bellezza slegata dal ritorno immediato del piacere, ma popolata piuttosto di legami profondi con miliardi di poesie, quadri, storie raccontate dalle vite vissute dagli altri in questo grande cammino di una vita comune.

Possiamo illuderci di proseguire il nostro cammino facendo finta che non vi sia accanto a noi l’ombra di una richiesta di senso che includa la vita tutta e le vite tutte. Ma quell’ombra c’è, anche se noi la ignoriamo. E forse l’ombra del terzo che segue i discepoli verso Emmaus non differisce dall’ombra dell’albero inutile di Chuang Tzu. Forse il senso di cui abbiamo bisogno, quel senso più compiuto che serve irrimediabilmente alle nostre vite, si nasconde in quel che apparentemente non serve a nulla, ma offre la bellezza delle cose vere.
Nella Sacra Avventura,

Alessandro.

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