Lunedi

L’altra mattina ero impegnato nella prima grande decisione della giornata, decidendo se inzuppare il biscotto nel caffè oppure no, quando al telegiornale intervistarono un medico italiano che operava in un ospedale di fortuna in una zona di guerra. Gli chiesero se non avesse qualche scrupolo nel curare in mezzo a tanti bisognosi anche qualche potenziale terrorista. Egli rispose tranquillamente che gli importava poco del perché quella gente fosse li: dal suo punto di vista erano tutti uguali, pazienti bisognosi di cure, che si doveva impegnare per servire al meglio. Mi è venuto in mente la disabilità, quando spesso da piccino mi incavolavo aspramente col Principale; mi sono venute in mente le parole che sento spesso, di gente che si lamenta perché l’erba del vicino è sempre più verde. Mi sono chiesto: e se fosse proprio questo lo spirito? Chissenefrega del perché io sono disabile e altri no… cosa ritenevo più importante nella vita? La possibilità di correre o quella di essere un buon cristiano? Scelsi con estrema convinzione quest’ultima opzione. Ma allora, se davvero l’obiettivo è disporsi all’esperienza spirituale come vertice più alto di tutti gli eventi della vita, chissenefrega del perché uno abbia 1000 euro in più e l’altro no. Nel momento in cui io ho la possibilità di praticare i valori della mia fede, ho tutto ciò che mi serve per vivere una vita splendida. Le innegabili differenze tra esseri umani, che riscontriamo da un punto di vista mondano, perdono di significato se viste da quello spirituale. Questo non solo perché da un punto di vista teologico siamo tutti uguali, ma anche, e soprattutto, perché chiunque viva davvero una vita spirituale appagante, sarà il primo ad impegnarsi nel mitigare il disagio sociale del proprio prossimo. Il problema del disagio sociale non è quindi la miopia del Principale, ma il diffuso pressapochismo spirituale che porta a eleggere come maestri di fede gente che si costruisce attici con soldi che dovrebbe destinare ai poveri. Il vero problema dei poveri non è la disuguaglianza sociale in sé, ma il fatto che il contrappeso previsto per riequilibrare la questione non funziona (più), considerando che sono sempre meno quelli che si votano al servizio di Dio, e che anche quelli che a parole decidono di farlo, rischiano poi di fatto di essere servi degli attici di Mammona.

E allora che facciamo? Ci arrendiamo e dichiariamo la presunta corruzione del genere umano? No. Dobbiamo proporre una spiritualità di qualità che, lungi dal voler dimostrare inconfutabilmente la superiorità di una tradizione sopra un’altra, o peggio, la verità di uno dei dogmi metafisici, torni ad occuparsi della crescita spirituale e morale delle persone, a coltivare quel tesoro unico e irripetibile che ciascuno di noi è, di fare un opera d’arte di ciascuno, astenendosi dalle banali fotocopie. C’è di fondo un problema di antropologia: i responsabili dell’educazione spirituale tendono a voler imporre il loro modello, soffocando l’originalità dell’esperienza umana che hanno di fronte. I più pensano che tutto ciò che sia genuino sia cattivo, corrotto e spaventoso. Le ragioni di un simile atteggiamento sono da un lato la paura personale di confrontarsi col diverso che porta con sé il nefasto desiderio di eliminare ogni dissenso, dall’altro il desiderio, difficilmente controllabile, di conservare autorità e potere sull’altro. Ognuno di noi, nella sua attività di agente di spiritualità e speranza, deve guardarsi da simili pericoli, cercando di lavorare prima di tutto su sé stessi, cosa che dimostrano di non aver fatto per nulla i fan dell’attico con vista.

Si tratta anzitutto di praticare la metanoia. Il Maestro diceva: Occupatevi prima di tutto della vostra relazione col Principale, il resto vi sarà dato in più. Ho sempre vissuto male queste parole, in una prospettiva antagonistica, oggi invece penso siano l’unica via possibile. Senza una reale conversione, che ci porti a cambiare sistema operativo e a caricare per primo quello spirituale, nessuna reale comprensione può esserci dei tanti perchè che affliggono il nostro quotidiano: se noi abbiamo salda la scala di valori mondana, ogni esperienza spirituale ci sembrerà cosa tra cose, trascurabile alla prima occasione. Se derubrichiamo l’esperienza spirituale a cosa tra cose, essa vacillerà alla prima esperienza negativa e sarà assolutamente inutile. La trasmutazione dei valori deve fare sì che noi fattivamente, quotidianamente, costantemente, coerentemente dimostriamo che ciò che abbiamo di più importante nella nostra giornata è l’esperienza spirituale. Il nostro impegno a rendere concreto questo assunto, porta a nutrirlo e rinforzarlo ogni giorno, in modo che possa avere alcune caratteristiche di base molto importanti.

-deve essere convinta e chiara: costituire alcuni paletti che possano essere la via di discrimine che ci possa portare a incastonare e valutare le esperienze buone e meno buone che ogni giorno viviamo. Devo aver chiaro in ogni momento, soprattutto nei più difficili, cosa posso fare per essere chi voglio essere, se per sentirmi qualcuno mi basta bestemmiare bullandomi con qualche imbecille che ride convinto di saperla lunga, oppure se voglio essere oggi la mano concreta che invera i valori in cui credo.

– deve essere fertile: e invitarci alla riflessione, guardando l’imperfetta esperienza quotidiana come una opportunità per mettere in pratica la nostra azione di speranza

– deve essere costante in modo che possa diventare un vivo automatismo per i momenti difficili

– deve essere aperta e solidale in modo che possa rappresentare per l’altro ad un tempo un esempio e un aiuto concreto.

Mercoledì

Scrivo questa postilla dopo aver appreso del terremoto. Il terremoto, cosi come l’ospedale da campo di cui abbiamo detto all’inizio, è un buon esempio di quanto andiamo dicendo. Noi abbiamo due strade: o lasciarci andare al risentimento, accusando il Principale di averci portato via tutto, oppure capire che, per quanto assurdo possa sembrare, nella fede noi abbiamo già tutto ciò che ci serve, e la fede è ciò che può darci la forza di ricostruire, di dare prova di impegno e solidarietà per la comunità. Il terremoto che vediamo non è che una delle tremende difficoltà che affrontiamo ogni giorno, ci sono terremoti interiori e silenziosi, meno visibili forse, ma altrettanto forti. La domanda che dobbiamo porci però è sempre la stessa ogni giorno. Cosa posso fare oggi per essere un agente di speranza? Un degno portatore dello Spirito Divino? Mi sembra che, una volta finito di ripetere a pappagallo frasi fatte contro il Dio che permette queste cose, mentre siamo sul divano davanti alla tv, ci sia spazio per essere invece il canale dell’azione spirituale, attivandosi in ogni modo per rendere meno disagevole il ritorno alla normalità della popolazione colpita. Non è difficile, dobbiamo solo guardarci dall’idea che la risposta tocchi a qualcun altro, o che possa essere data domani e non oggi. Quelle sono le facili trappole del nostro istinto all’inazione, che ci fa pensare sufficiente essere credenti da divano che, quando si ricordano, guardano due minuti di messa in tv. Parole come speranza, amore, solidarietà, sono destinate ad essere solo parole, se ciascuno di noi non si dispone a incarnare ciascuna di esse. Il Principale può solo invitarci ad essere figli degni, spiegandoci come fare, ma sta a noi scegliere di farlo.

Vediamo questa triste occorrenza l’opportunità di rinsaldare legami sbiaditi col tempo, di aiutare quanti sono nel bisogno, di costruire con coraggio determinazione e costanza un nuovo mondo di pace solidarietà e speranza, che per brevità chiamiamo Regno

Nasè Adam  

נַֽעֲשֶׂ֥ה אָדָ֛ם

Amen

Rob

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