Quando nel settembre del 2005 io e mia moglie, novelli sposini, ci trovavamo in Cina per il viaggio di nozze, ci imbattemmo in un periodo di fervore particolare per i cinesi, non solo per l’organizzazione delle Olimpiadi che si sarebbero tenute lì pochi anni dopo, ma per le celebrazioni della Festa della Luna o Festa di Metà Autunno. Era un po’ come ritrovarsi dalle nostre parti in periodo natalizio, con lanterne appese nelle strade, corse ai regali e soprattutto ai “dolci della luna”, piccoli e soffici tortini rotondi, che rappresentano l’usanza più diffusa. Da allora mi ha sempre incuriosito la simbologia legata a questa festività e mi ero ripromesso di cogliere prima o poi l’occasione, magari proprio a settembre, per parlare insieme della simbologia lunare.

Questa occasione si presenta ora, non solo perché è proprio settembre, ma anche perché un nostro amico del gruppo facebook, con una particolare dedizione ai culti lunari, ci ha manifestato il suo personale interesse ed impegno a coniugare la sua fede “neopagana” con l’ispirazione universalista unitariana. Quale migliore occasione per interrogarci, allora, sul nostro rapporto con la simbologia e la devozione rivolta agli astri e sulla nostra capacità di essere approdo accogliente da un lato, ma anche mappa verso nuovi lidi, verso una ulteriore ispirazione spirituale dall’altro?

La storia del rapporto tra il nostro movimento e la religiosità che, in maniera un po’ approssimativa, possiamo definire “neopagana”, è di per sé molto istruttiva. L’attenzione per la realtà immanente, da sempre presente nella cultura unitariana e universalista, ha fatto sì che sin da subito vi fosse una rivalutazione del mondo naturale come manifestazione del divino. Di questa attenzione furono cantori molti unitariani, come Iolo Morgannwg, padre dell’Unitarianesimo gallese e del recupero della tradizione druidica, Samuel Coleridge, poeta romantico inglese che fu unitariano per buona parte della sua vita, ed i poeti e scrittori del movimento trascendentalista americano, da Ralph Waldo Emerson a David Thoreau a Walt Withman. Se prendete, poi, il più famoso libro di inni e letture UU, “Singing the living tradition”, edito nel 1993, questa attenzione trova ampiamente voce in canti e letture, tanto con la scelta di alcuni frammenti da diverse culture o religioni, quanto soprattutto attraverso voci umaniste, trascendentaliste o universaliste già nell’ambito del nostro movimento. Eppure, nonostante questa attenzione, la formale accoglienza delle “tradizioni incentrate sulla terra” è avvenuta solo nel 1995, rappresentando l’ultima delle Sei Fonti di ispirazione ad essere stata sancita. Non si parla, poi, esplicitamente di “neopaganesimo”, ma nella formula “tradizioni incentrate sulla terra” si accolgono certo tutte quelle sensibilità religiose che vedono la natura immanente come animata da un elemento divino, con connotazioni soventemente femminili. E da esse si raccoglie in particolare il richiamo alla celebrazione del “circolo sacro della vita” ed il suggerimento di “vivere in armonia con i ritmi della natura”. Il linguaggio non è casuale ed indica anzi piuttosto esattamente le possibilità ed i limiti di questo rapporto.

A questo punto è opportuno, però, fermarsi per una considerazione di carattere generale sulla nostra accoglienza. Negli UU non esistono test di fede e non sta a nessuno giudicare sull’autentica ispirazione di ciascuno. Esistono, però, momenti comunitari in cui è bene capire cosa ci tiene insieme ed abbiamo in comune per poterlo celebrare. Quella che si accoglie non è la “religione” di ciascuno, ossia il complesso di miti e pratiche con cui si rappresenta in maniera peculiare il proprio sentire religioso, rispetto alla quale si lascia, ad ogni modo, ampia libertà di pratica individuale, ma la “religiosità” di ciascuno, ossia il modo di sentire e descrivere il rapporto con l’ispirazione spirituale, che è senz’altro anch’esso peculiare, ma che crediamo rimandi ad un’esperienza comune attorno alla quale sentiamo di poterci, come UU, raccogliere.

Ricordo, a riguardo, la difficoltà che ho letto negli occhi dei partecipanti, perlopiù cristiani unitariani, durante un incontro (agli albori della nostra breve storia UU in Italia) in cui, nella Comunione dei Fiori, qualcuno lesse una parte di un Inno a Proserpina. Intravedevo in loro il dissidio tra la volontà di accogliere da un lato e l’enorme difficoltà nel digerire un linguaggio ed una ispirazione che sembrava così lontana. Questa ed altre esperienze mi hanno insegnato che non basta aprire la porta per essere accoglienti: bisogna lavorare insieme con la sensibilità di ciascuno per fare emergere il contributo che ciascuno può dare ed individuare il linguaggio che permetta a questo dono di raggiungere l’altro. Bisogna, cioè, far emergere la religiosità piuttosto che la religione, perché altrimenti l’intento di essere casa per tutti si traduce nel non esserlo per nessuno.

Nella realtà italiana viviamo una difficoltà aggiuntiva, quella di una forte radice giudeocristiana del nostro movimento. Nel racconto di Salomone, della sua attrazione verso le divinità straniere (e tra queste Astarte, proprio la dea della terra e della luna fenicia) e nella punizione divina che ne consegue, leggiamo proprio queste difficoltà. Cosa c’è di così poco digeribile per il giudeocristiano nella cultura pagana o neopagana? Credo fondamentalmente due cose: il rischio di idolatria ed il rapporto con l’immanenza. “Idolo” significa aggrapparsi ad una parte in luogo del tutto, concentrarsi sulla celebrazione di un aspetto della realtà piuttosto che sull’ispirazione superiore che la muove. Ed è significativo che la punizione divina di Salomone sia proprio la divisione del suo regno, a simboleggiare come l’idolatria rompa l’unità di Israele (simbolo di una unità universale) costituita nell’alleanza con Dio (ossia nell’ispirazione superiore dello Spirito). L’appiattimento sull’immanente, sulla natura vista come realtà necessitante, piuttosto che l’impegno alla “costruzione del Regno”, alla trasformazione della realtà attraverso il rapporto con la trascendenza, è l’altro rischio che mette in allarme la sensibilità giudeocristiana di fronte a qualsiasi voce pagana o neopagana o finanche a qualsiasi espressione di religiosità incentrata sulla natura.

Tranquillizzare in maniera esaustiva su questo punto sarebbe un lavoro troppo lungo per i limiti temporali di questo sermone e della vostra pazienza nell’ascoltarmi. Basti dire che, in realtà, proprio il rapporto con la natura sta insegnando all’essere umano l’importanza dell’unità e del sentirsi parte di un qualcosa di più grande. Pensiamo al nostro Settimo Principio, il rispetto per la rete interdipendente di tutta l’esistenza della quale facciamo parte: era nato come invito ad una maggiore sensibilità ecologica, è diventato negli anni uno dei principali motori di crescita spirituale per il nostro movimento, indirizzando la nostra sensibilità e la nostra azione a coniugare l’inclusione e l’accoglienza dell’individuo nel senso di una progressiva compartecipazione ai destini comuni del mondo. Pertanto proprio quella celebrazione del “circolo sacro della vita” e quell’invito a “vivere in armonia con i ritmi della natura”, di cui le religiosità della terra sono testimoni e custodi, sono un viatico per costruire il senso di una unità capace di tenere insieme umano, naturale e spirituale.

Ma si parla di “religiosità della Terra”: cosa c’entra la Luna?

In primo luogo, non dobbiamo intendere la parola Terra come riferimento al solo nostro pianeta. Certo, niente più del nostro pianeta rappresenta l’idea di un sistema di cui facciamo inscindibilmente parte e del cui equilibrio dobbiamo avere cura, come purtroppo troppo spesso l’essere umano non ha saputo fare. Ma questo sistema naturale di cui facciamo parte si estende in realtà a ricomprendere l’Universo intero. E spesso proprio la commozione di fronte ad astri lontani, come la luna, ci ricorda l’appartenenza a questo Universo comune come alla Terra che calpestiamo.

In secondo luogo, è tra le nostre prerogative UU quella di rileggere miti e simboli alla luce dell’universalità dell’esperienza spirituale. Tanto i vari miti che coinvolgono la luna e le divinità che la rappresentano, quanto la luna come simbolo a se stante, racchiudono insegnamenti spirituali che vale la pena esplorare. Pensiamo a quanto ci suggerisce la lettura sulla simbologia lunare nella meditazione taoista: il sole e luna rappresentano la dinamica degli opposti che muovono il costante rinnovamento dell’Universo e della vita, ma al contempo anche la complementarietà tra questi opposti, segno di un’unità primordiale sottostante. Una tensione tra unità e separazione magnificamente illustrata dal mito di Chang’E, la dea cinese della Luna, che si collega proprio alla Festa di Metà Autunno da cui abbiamo tratto lo spunto iniziale per questa riflessione. Si narra che l’arciere Houyi, marito della giovane Chang’E, avesse ucciso 9 dei 10 soli che, saliti insieme sul carro del cielo, rischiavano di bruciare la terra: immagine tipicamente taoista che intende mostrare come anche ciò che è in sé positivo, quando si afferma a discapito degli altri aspetti della vita, rischia di essere distruttivo. Houyi ne ottenne in premio una pillola di immortalità, ma, allontanatosi, fu la moglie Chang’E a mangiarne un bel pezzo e a ritrovarsi così assurta sulla luna, ma separata dal suo amore. Houyi la raggiunse grazie al piccolo pezzo di pillola a lui rimasto, ma per poco. E così Houyi passa il tempo a produrre (insieme ad un coniglio, che è simbolo lunare in molte culture, collegato alla forma delle macchie lunari ) l’elisir necessario per poter far stare Houyi con lei, ma le basta soltanto per un breve incontro nelle sole notti di luna piena. Lì dove Houyi simboleggia la ricerca dell’equilibrio di fronte all’eccesso, Chang’E simboleggia il tentativo di ritrovare energie, possibilità, creatività di fronte alle difficoltà attraverso un lavoro su se stessi. L’uno e l’altro sono indispensabili per ricostituire l’unità della persona e, seppur questo accade in un fugace momento di fronte ad un resto del tempo in cui sperimentiamo la separazione, è fondamentale farlo, perché è in quel momento che capiamo chi siamo davvero.

Gli stessi elementi del mito cinese si ritrovano nella mitologia induista, dal coniglio all’equilibrio tra luna e sole. In questa mitologia la luna assume però un ulteriore valore simbolico: in quanto strumento per la definizione dei mesi attraverso il calendario dei suoi cicli, la luna è collegata alla misurazione. Questo fa sì che la luna divenga immagine della ragione, in contrapposizione al sole immagine dell’intuizione spirituale. Ricordandoci di come sole e luna debbano muoversi insieme, è interessante leggervi in chiave unitariana l’importanza di un lavoro comune della ragione e dello spirito.

La luna si ricollega al lavoro su noi stessi, all’ascolto della nostra interiorità, di cui la luna sembra farsi proiezione. Grazie a questo la luna può farsi strumento di meditazione. Alla luna è collegata una delle mie personali esperienze più forti di meditazione, in cui, con l’aiuto di una tecnica di meditazione taoista basata sulla visualizzazione della luna, mi capitò di sperimentare un viaggio fuori dal mio corpo, catapultato in un’energia d’amore infinita. Ma serve molto meno per farsi aiutare dalla luna a viaggiare nella propria interiorità. Più di qualsiasi astro, forse per quel suo ipnotico pallore, forse per quel suo dimorare in uno spazio buio e muto, forse perché unica presenza certa nella solitudine del nostro “viaggio necessario”, la luna sembra la perfetta interlocutrice a cui confessare i nostri pensieri, il perfetto strumento per un colloquio con la nostra anima. Come per quel “pastore errante dell’Asia” in quel “Canto notturno” di Leopardi.

Ma, che sia la confidente delle nostre disperazioni o il faro delle nostre speranze, che sia strumento di contemplazione o meditazione, la luna, come il sole o gli astri o qualsiasi elemento naturale, non lo sono perché dotati di una vita propria, di una natura magica o di una personalità divina: lo sono in quanto segni di una creazione di cui facciamo parte, che ci collegano esteriormente al nostro legame con il Tutto ed interiormente all’unità con lo Spirito. Ci ricorda Emerson che “noi vediamo il mondo pezzo dopo pezzo, come il sole, la luna, gli animali, gli alberi; ma il tutto, di cui ciascuna di queste cose è una luminosa parte, è lo spirito.”

A volte la difficoltà con le diverse forme del “neopaganesimo” sta semplicemente in tutti quei nomi altisonanti di divinità, che sembrano allontanarci dalla semplicità di un legame naturale, dalla fecondità di una lettura simbolica, dall’esperienza di unità spirituale che va oltre gli idoli, da quelle cose, insomma, che dovrebbero rappresentare ciò che c’è di “neo”, di davvero nuovo, nel recuperare ciò che di “pagano”, di “incentrato sulla Terra”, c’è nelle diverse tradizioni. Ma in fondo ci vuole poco a riscoprire questo scrigno di tesori, di simboli ed esperienze, dietro i nomi delle varie Astarte, Cheng’E, Coyolxauhqui o Selene. In fondo basta chiamarle “luna”.

Naase Adam,

Alessandro

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