Cari amici,

ho deciso di riprendere una storia, che certamente conoscete molte versioni, non ultima una del Vangelo, per riproporla in salsa unitariana,

<<C’era una volta in un parco un senzatetto malconcio e sofferente che chiedeva aiuto ai passanti.

Passa una giovane signora e, vedendolo sofferente, fa per avvicinarsi salvo poi essere bloccata da un pensiero “io sono giovane e bella, e se poi quest’uomo mi aggredisce? Lascerò che siano altri ad occuparsene, magari un uomo, che sia più forte e possa non correre pericoli,” e, cambiando direzione, va a sedersi sulla panchina.

Dopo poco arriva un uomo, alto forte e robusto, con i muscoli in vista, Fa per avvicinarsi, volendo aiutare il sofferente a sollevarsi da terra ma, giunto a qualche passo, fu trattenuto da un pensiero “e se avesse malattie? Io non posso rischiare di essere contagiato, ho un lavoro, una famiglia, meglio non rischiare, preferisco sia un religioso ad occuparsene, in fondo è la loro vocazione e, cambiando direzione, va a sedersi sulla panchina.

Infine arriva un religioso, con un libro sacro in mano, e fa per avvicinarsi quando, una volta giunto a pochi passi, riconosce che il senzatetto non è della sua gente, e viene colto da un pensiero: “se non è della mia gente ed è sofferente, vuol dire che Dio lo ha giustamente punito, avrebbe potuto ricredersi e non l’ha fatto, se lo aiutassi rischierei di fare peccato, Immischiandomi con i miscredenti, ci pensi il Comune ad aiutare questi qui, e si siede anche lui sulla panchina

Passa uno UU, per una volta l’eroe della storia, e si appresta ad aiutare il sofferente. I tre seduti  sulla panchina gli chiedono “perché Dio permette tutto questo?, Perché non fa nulla per aiutare quel poveraccio? L’eroe UU serenamente risponde: Dio oggi ha visto il sofferente ed ha voluto intervenire dicendo: “Per prestare soccorso Degnamente servono cure femminili, manderò quella giovane donna, affinché possa essere le mie braccia e la mia voce” Ma la giovane donna si rifiutò e Dio, memore della promessa fatta al genere umano, non volle forzarla. Tuttavia Egli aveva ancora desiderio di aiutare il senzatetto e mandò un giovane forzuto pensando “per sollevare il senzatetto e portarlo in ospedale ci vogliono dei muscoli, chiederò a quell’uomo muscoloso di essere le mie braccia la mia voce, ma nemmeno lui accettò l’invito.Infine Dio chiese ad uno dei suoi fedeli più in vista pensando “se ha davvero letto il mio Libro, non avrà obiezioni, né esitazioni, ad essere le mie braccia, e la mia voce, ma anche quel presunto credente si rifiutò di intervenire. Allora Egli chiese a me, figlio UU, degenere e un po’ ribelle, Sempre pronto a rompere le scatole su qualunque cosa, ma con un solo pregio, quello di saper intervenire senza fare domande, senza farsi problemi….

Lo so, questa storia l’avrete sentita 50 volte, ce n’è una versione cristiana, il buon samaritano, una versione talmudica, una versione zen e sono certo che sia anche una versione sufi da qualche parte. Perché ne ho voluto farne una versione UU? Certo, per una volta, mi piaceva l’idea Che anche noi fossimo protagonisti di una parabola, ma non è solo questo. La versione UU permette di sottolineare alcuni aspetti che altrove sono spesso sottintesi.

In primis l’idea che credere non significa mai abdicare alla responsabilità dell’intervento in favore dei fratelli. Sia che si creda in un Dio personale, sia che si accetti l’idea di uno Spirito, od anche solo di alcuni valori che debbono essere al centro del vivere civile, credere non può significare il demandare a terzi la responsabilità di essere noi oggi, ora, agenti di speranza. Su un punto voglio essere chiaro: io non dico che il resto non serva, non nego, anzi affermo con forza, che credere abbia anche una dimensione di preghiera e di servizio liturgico comune irrinunciabile, Dico però che. se questa dimensione imprescindibile fallisce la prova dei fatti, negando con i gesti ciò che le labbra affermano, allora è tutto inutile, allora il tempo passato a snocciolare giaculatorie è solo un’ipocrisia intollerabile.

Perché ho scelto di raccontarvi tutto questo nel sermone di Ringraziamento? Perché ogni anno cerco di proporvi una ragione diversa per ringraziare. Quest’anno questa storia me ne fa venire in mente alcune.

La prima la definirei il saper vedere, l’essere ancora in grado di essere toccati, di essere chiamati dalla sofferenza altrui. Molte persone hanno indurito il loro cuore, sono diventate sorde al lamento dei fratelli e, nell’accampare una scusa o un’altra, hanno perso una qualità fondamentale del genere umano: il co-sentire, la simpatia, la compassione. Rifiutando di rispondere alla chiamata quotidiana di intervento, hanno scelto di non essere figli, hanno abdicato al loro diritto per un piatto di lenticchie. Vorrei che imparassimo a ringraziare della nostra capacità di intervenire in aiuto senza fare domande, senza fare i professori, senza voler insegnare al Principale, come si fa a fare Dio.

Vorrei che imparassimo a ringraziare di avere un Principale che, sempre e comunque, ci offre la possibilità di scelta, mostrandoci cosa vorrebbe, senza imporcelo. Si tratta di ringraziare di saper vedere un mondo migliore alla portata delle nostre azioni, di non pensare al Regno come un miraggio lontano, ma piuttosto a una meta di cui, per quanto lontana sia, visualizziamo la strada per raggiungerla.

Dobbiamo ringraziare della nostra visione perché è un dono importante, Perché più essa sarà chiara a noi, nelle nostre azioni, nel nostro impegno sociale, Nella nostra continua ridefinizione teologica e spirituale, più protrà esserlo per altri, che mano a mano si innamoreranno del nostro comune sentire, ripopolando la nostra comunità in cammino sulla strada del Regno.

Ringraziamo di aver avuto l’onore di essere custodi di un simile sogno, di un simile talento. Mi rendo conto che questo bene prezioso possa essere oggi, in queste decadi, in questi secoli, un dono poco compreso… Come UU siamo abituati ad essere considerati visionari, poco pratici… Ma ringraziamo di aver la forza, l’ardire, il coraggio, la sfrontatezza, per custodire questo dono in attesa che qualcuno in più ne riconosca il valore e ci aiuti a collocarlo nel contesto che merita.

Nel frattempo ringrazio il Principale di avermi dato l’onore di far parte di questa storia, e di avermi fatto conoscere ciascuno di voi, che avete reso la mia vita qualcosa di prezioso e che siete qui e ora il miglior premio che un uomo possa desiderare.

Grazie a tutti, grazie di condividere come questo bellissimo compito:

di cercare di essere ogni giorno ogni ora nelle grandi nelle piccole cose

Le Sue braccia e la Sua voce

Amen

Rob

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