mandato a parlarti e annunciarti queste liete notizie. (Lc 1,19)

 

Cari Amici,

annunciarti liete notizie:

All’inizio si era pensato che quest’annuncio fosse qualcosa che riguarda il Paradiso. Io ti racconto tante belle cose dei pizzaioli in Paradiso, ti convinco della loro esistenza e lascio che questo vagheggiamento di un futuro migliore ti convinca e ti consoli, lenisca le tue ferite e ti aiuti a vivere meglio. Ma chi sono io per dire queste cose? Cosa ne possiamo sapere di cosa ci sia o non ci sia dopo? Badate bene, io sono convintissimo che ci sarà un Paradiso, ma sono altrettanto convinto della impossibilità di asserirne alcunchè, con buona pace dei fondamentalisti atei o credenti che siano. Non va meglio ai fan di guerre stellari, che si aspettano un intervento divino imminente sulla Terra. Non ci sono ragioni logiche per immaginarsi domani mattina vedere tale o tal’altro santo sfrecciare su carri di fuoco, separando i buoni dai cattivi e ristabilendo la giustizia. Tali vendicatori sono attesi da qualche migliaio di anni e dubito sinceramente che la mia generazione ne vedrà. Di Superman ce n’è stato uno solo, Christopher Reeve, e, lungi dal voler essere il Sommo Giudice su un carro di fuoco, si è convertito allo UUismo, proclamando l’intrinseca dignità di ogni essere vivente, e battendosi per quella. Ma allora, se non credo, come non credo, di poter assicurare posti in prima fila, e se non mi aspetto domattina di vedere passeggiare Gesù su Marte, cosa faccio il prete a fare? Due persone me l’hanno chiesto questa settimana. Sembra che fare il prete debba voler dire avere delle certezze che altri non abbiano, come il numero del Principale sul telefonino, nascosto sotto le mentite spoglie di tale Jessica, oppure sapere quando e come mentire, vedendo nella menzogna l’unica possibile via di consolazione in una vita altrimenti terribile. Allora c’avevano ragione Epicuro e Marx a vedere nella religione una specie di farmaco di cui uno si imbottisce al bisogno? Io non voglio essere pusher di nessuno, nè venditore di pentole. Che faccio, mi dimetto? Se non voglio dimettermi devo trovare le ragioni di un annuncio che possa essere credibile per me, prima che per l’altro. Se annunciassi qualcosa in cui non credo, a prescindere dalle questioni morali e dalla mia laurea in retorica, risulterei alla lunga poco credibile, e quindi anche poco utile a chi mi chieda conforto.

Ma allora qual è questa buona notizia? Senza la certezza del Paradiso cosa ci rimane? Cosa abbiamo? Se voglio restare devo poter rispondere a questa domanda, articolandola in 3 grandi ragioni.

La prima dice che non abbiamo bisogno di cercare chissà dove il Paradiso, lo abbiamo nel cuore e nella nostra capacità di esserci vicini l’un l’altro nei momenti di difficoltà con un abbraccio, con un aiuto concreto. Non abbiamo bisogno di altra prova di questo che non sia il nostro impegno a spenderci oggi, ora, a lenire le ferite del sofferente ed a rendere migliore il mondo. Coloro che non sentono, non vedono questo Paradiso in Terra, farebbero le pulci pure a quello ultraterreno. Nel dirci che il Regno si era avvicinato a noi nella sua persona il Maestro alludeva alla propria volontà di spendersi per gli ultimi in prima persona, lenendo le ferite morali e materiali, non raccontando fuffe, ma toccando e condividendo la sofferenza in prima persona. La buona notizia che il Maestro ci porta è la capacità dell’uomo di saper essere aiuto concreto per i fratelli, di essere qualcosa di più di una ameba rincitrullita su un divano.

E questa consapevolezza ci porta alla seconda ragione: questo co-sentire non è fine a se stesso, ma è un sentire qualcosa, un trascendere l’esperienza presente per saper andare oltre. E’ un sentire oltre che diventa più forte quando si scopre un sentire comune.  Qui il ruolo centrale della preghiera/meditazione. Io non prego perchè mi vengano cancellati i piccoli peccati che quotidianamente commetto. Volendo essere severi e sinceri, non mi basterebbero 3 vite spese solo a paternoster per emendarli tutti. E lo stesso discorso vale per il 90% della popolazione mondiale. Quando prego o quando chiedo ai miei confratelli di pregare, lo faccio perchè so che attraverso quella esperienza l’uomo riesce a sentire l’Altro-Oltre, e quell’intima emozione che quotidianamente coltiva è la sola, ma forse anche la più grande e la più forte, prova concreta della Trascendenza, una prova capace di lenire le ferite, di rafforzare i propositi e di indicare la meta. Sto parlando della più profonda esperienza concepibile per un essere umano, che nutre l’anima di chi la pratica a tal punto da non aver bisogno di strilloni venditori nè di menzogne.

E siamo all’ultimo punto: la speranza. E’ così strano parlare di speranza là dove la certezza non può arrivare? E’ così strano non voler abdicare al dono della ragione, ma voler che essa faccia ciò che le compete, ossia preservare lo spazio della speranza smascherando i dogmi di atei e credenti che non vogliono vivere questa dimensione di tensione fertile e coraggiosa? Il Maestro è stato soprattutto un maestro di speranza, che ha speso la vita a porre al centro della propria riflessione il mistero del Regno.

Il Regno ha una dimensione plurale perchè questo messaggio non avrebbe senso se non fosse declinato al plurale. Solo come gruppo di credenti possiamo vivere esperienze solidali che leniscano le nostre ferite, solo come gruppo riusciamo a vivere al meglio quella dimensione di Trascendenza che è cardine della nostra fede, solo come gruppo di credenti riusciamo ad esperire al meglio la speranza, non perchè il cosentire la renda più vera, ma perchè il pregare comune la rende più viva e più concreta

mandato a parlarti
parlar-ti. Quel ti è una dimensione per noi imprescindibile, la comunità e i propri ministri si spendono nell’ascolto di quell’esperienza unica e irripetibile che è la vita di ciascuno. La disaffezione alla fede non si combatte raccontando balle più grosse, ma mostrando di essere capaci di un messaggio diverso, ad un tempo tradizionale ma indiscutibilmente innovativo, che sappia esserci per l’uomo d’oggi. Attraverso la fertilità di esperienze come solidarietà, trascendenza e speranza, ci viene data la chiave per rapportarci alla vita di coloro che incontriamo con rispetto ed attenzione, spostando l’accento dall’impegno per un giorno che verrà, a quello per l’oggi, riportando al centro del sentire comune la bellezza e la ricchezza dell’esperienza di vita.

Abbiamo davvero una Buona Notizia,
Il Regno è qui
Il Regno è nella nostra capacità di co-sentire
Il Regno siamo noi
Allora facciamolo questo Regno

נַֽעֲשֶׂ֥ה מַלְכוּת
Nasè Malkuth
Amen
Rob

 

 

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