Amiche ed amici, ci ritroviamo, stavolta solo virtualmente, dopo il bell’incontro che abbiamo avuto a Bologna. Un incontro dove, dopo un periodo di timori, incertezze e riflessioni critiche, ho sperimentato personalmente il piacere di sentirmi di nuovo a casa in questa nostra piccola chiesa. Sarà il luogo, la piccola, curiosa e calda saletta dell’Hotel “Il Guercino”, dove già vi incontrai (almeno chi già c’era) per la prima volta 8 anni or sono, indossando curiosamente la stessa giacca e lo stesso hi-shang nero; sarà il tema, quello del viaggio, che fu lo stesso della prima conferenza della Compagnia del Tao cui assistetti 11 anni fa; comunque sia, ho rivissuto quello spirito entusiasta e pioniere di quei tempi passati. Ed ho potuto rimettere insieme le fila del mio complicato rapporto con le tradizioni, giocato nel punto di intersezione tra taoismo, cristianesimo e gli spunti originali di universalismo ed unitarianesimo.
Negli ultimi anni era maturata in me, infatti, la convinzione di un limite insormontabile per il nostro approccio UU, e cioè che qualsiasi tradizione vissuta all’interno degli UU, eccezion fatta forse per l’unitarianesimo cristiano, forte della solidità della sua storia, fosse condannata all’ostracismo da parte dei rappresentanti di quelle tradizioni e, quindi, interdetta dalla possibilità di un lavoro approfondito di comprensione ed assimilazione di quella tradizione. Proprio per questo mi sono dedicato alla ricerca di una tradizione propria ed autonoma per un cammino spirituale che non fosse “UU qualcosa”, ma “UU e basta”. Certamente i segreti esoterici di una tradizione possono esserci interdetti, non per nostro limite, ma per quello della diffidenza e della chiusura di realtà religiose fortemente gelose della loro identità. E certamente molto ha la nostra cultura UU da dire di originale al percorso religioso e spirituale di ognuno. Ma l’incontro di domenica scorsa mi ha posto di fronte ad una domanda per cui scandagliare i ricordi del proprio passato: perché sei diventato UU?
Mi sono, così, rammentato (non che lo avessi dimenticato, ma era un ricordo non più cucito sulla pelle) di essere diventato UU da taoista, cercando di vivere il Tao, di crescere come taoista, senza nessuna intenzione di essere altro che quello. Nel “mistero e meraviglia del Trascendente” ritrovavo il Tao come forza capace di “creare e sostenere la vita” ed il “rinnovamento spirituale” cui ci spinge. Nell’ispirazione delle “tradizioni incentrate sulla Terra” rivedevo l’attenzione taoista ai “ritmi della natura”. Nel Primo Principio la dignità espressa nell’accogliere le Diecimila Creature come manifestazioni del Tao stesso, nel Settimo Principio rintracciavo il Tao come Ta Luo, la Grande Rete, che manifesta il Tao come matrice di connessione ed unità tra ogni cosa. L’incontro con la diversità dell’altro era un modo di vivere concretamente la dinamica dello Yin e dello Yang, della crisi e della crescita. Ma soprattutto e più di tutto, vedevo nel modo UU di vivere la fede come qualcosa di aperto la massima espressione di quel “wei wu wei”, “agisci non forzando” le cose ad essere altro da ciò che possono essere, e di quel “nutrire senza chiedere nulla in cambio”, che assieme rappresentano la provocazione principale del Taoismo. Scoprire, poi, l’affinità che il Taoismo aveva con alcune importanti voci della storia UU, da Ralph Waldo Emerson ad Albert Ziegler, non poteva che farmi sentire a casa ed, anzi, mi ha ad un certo punto convinto, forse illuso, di poter riaffermare le mie convinzioni in una chiave puramente UU.
Non vi racconto tutto questo per mero gusto biografico. Ognuno di noi ha una o più tradizioni o culture religiose che più lo influenzano e la nostra fede aperta ci invita a viverle proprio qui, in una comunità che non si identifica in quelle tradizioni, come, in un certo senso, neppure nella propria. Questa è di per sé una provocazione difficilmente digeribile dalle altre tradizioni. Eppure cosa sarebbe rimasto della “provocazione del Tao” scegliendo di viverle in un contesto di religione gerarchica ed identitaria, quale anche il Taoismo organizzato è? Dico questo con il massimo rispetto per chi ha scelto questa via più tradizionale, che permette loro di approfondire aspetti esoterici e rituali sconosciuti. Semplicemente dico che vale la pena pagare questo prezzo, perché più forte è la testimonianza del Tao come “provocazione”, che può cambiare e rendere più ricettivi all’altro, al cambiamento, alla vita come processo.
Volendo fare un paragone con il Cristianesimo, simili sentimenti manifestarono anche molti unitariani ed universalisti cristiani nel tempo dell’evoluzione verso l’accoglienza interconfessionale. Molti testimoniarono che quell’allargamento, quella varietà, quella nuova apertura non erano per loro una rinuncia alla propria identità cristiana, ma modi in cui più profondamente poteva viversi la “provocazione cristiana” di un amore gratuito. Non esprime, forse, il mischiarsi di Gesù con gli emarginati e il suo aprirsi finanche ai suoi nemici esempio estremo di quel coraggio nell’incontrare l’altro, che è alla base dell’essere UU? Non esprime, forse, quell’idea di un Dio che si fa incontro non con la potenza della gloria, ma con la debolezza dell’amore, il presupposto di un’apertura all’incontro dell’altro nella sua realtà, piuttosto che nella nostra costruzione? Il Vangelo che apre i cuori può aprire anche le menti, lì dove saprà leggere nelle scritture quell’Oltre di uno slancio universale verso la vita e la completezza.
Apertura a diversi cammini non significa ridursi ad essere contenitore di visioni slegate ed indipendenti. Finché nel gesto, taoista o cristiano, pagano o buddista, riecheggia la provocazione di un’unità inclusiva, di un’apertura all’altro nella differenza, di un amore che unisce senza unificare, quel gesto non è esclusivo di una singola tradizione: esso è fortemente e profondamente universalista unitariano. E allo stesso tempo questo essere UU lo rende ancora più intensamente taoista o cristiano, pagano o buddista. Così dal lunedì successivo al nostro incontro mi sono messo a recuperare i simboli ed i gesti più cari del mio taoismo: il Grande Carro, simbolo di unità nella diversità; gli Otto Immortali, esempio dell’universalità della Via, del suo offrire strade diverse a persone diverse e del suo offrirsi attraverso i gesti della compassione e della benevolenza; gli esercizi di quel Chi Kung che un tempo vivevo come mia preghiera silenziosa. Ora nel tempo ho imparato a pregare usando anche le parole della poesia e la mia pratica si è arricchita di altri simboli, ma quel Chi Kung è ancora la mia preghiera come il Tao è ancora la mia provocazione.
E’ però il Calice Acceso della nostra usanza UU a fare di tutto questo un atto pienamente religioso, perché riempito dallo spirito di questa nostra fede aperta, che fa più grande, più profonda e più piena ogni singola fede.

Naase Adam,

Alessandro

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