RIFERIMENTI LETTURE:
Dalla Bibbia: Matteo 26,69-72; Atti 1:15-22; Luca 18:7-8.
Dalla tradizione UU: “Campane di Natale” di Henry Wadsworth Longfellow
Dalle religioni nel mondo: Tao Te Ching cap. 78

Lo sapete bene: se avete la ventura (o sventura, fate voi) di assistere ad un mio sermone nelle vicinanze del Solstizio di Inverno, vi troverete spesso a dovervi sorbire una qualche riflessione sul tema della crisi e della rinascita. Perché abbandonare certe tradizioni proprio durante le feste? E poi dovrò pure vendicarmi con qualcuno della pessima musica natalizia che Rob mi posta sul profilo per mandarmi di traverso il Natale?
Per i più disattenti, riepiloghiamo il concetto: il Solstizio è (giorno più, giorno meno) il momento dell’anno in cui più lunga è la notte, ma dal quale in poi le ore di luce cominciano a recuperarsi il loro spazio. In tutte le culture questa ricorrenza ciclica viene collegata a profondi significati simbolici. Il solstizio è in qualche modo simbolo della luce della speranza, che riemerge quando più profonda è la disperazione. Il ripetersi ciclico di questo memoriale cosmico ci ricorda, in fondo, che la speranza c’è sempre, che la speranza prima o poi arriva. Non è un caso che il Natale ricada pochi giorni dopo, raccogliendo questa simbologia universale per farne racconto della speranza riposta in Gesù e nel suo avvento nel mondo. Connesso a questo tema vi è quello della “crisi”, della necessità (sì, perché tale è) di affrontare i momenti di difficoltà come occasioni di crescita, di ridefinizione del nostro modo di affrontare la vita. E anche di questo abbiamo spesso parlato.
Ma c’è qualcosa di nuovo di cui voglio parlarvi. E parte dalla constatazione di quanto questi bei discorsi oggi possano risultare assai poco accettabili di fronte ad una “crisi” così profonda come quella che il mondo sta vivendo dal 2008, crisi economica, crisi di valori, crisi dei sistemi politici e sociali e, di riflesso, crisi personale per la vita di tante persone, che dura ormai da otto anni. E’ una notte troppo lunga, un inverno che sembra non finire, un’era glaciale di fronte alla quale appare assurdo rievocare la luce ed il calore del solstizio.
Come di fronte ad una era glaciale, non tutti ne restano sopraffatti: qualcuno ne trae vantaggio, qualcuno ha risorse materiali perlomeno per non sentirne più di tanto gli effetti, solo qualcuno ha risorse psicologiche, morali e spirituali per continuare a seguire il nostro usuale consiglio di fare delle difficoltà un momento di crescita personale.
Ma la nostra vocazione universalista, quella di palesare nella vita di ognuno la possibilità di una speranza, non può farci accontentare di una soluzione che riguardi solo alcuni fortunati. Il nostro sogno è vedere in tutti questa caparbietà della vita, questa ostinazione della speranza, questo riuscire ad opporsi alla pressione della crisi. Magari, certo, accettare di vedersi cambiati anche da queste tragiche esperienze, ma senza mai perdere la capacità di essere autenticamente se stessi ed autenticamente umani; permettere all’esistenza di cambiarci, ma nel solo senso dell’elevazione e dell’apertura a nuove possibilità, non nel senso di un abbrutimento e di una menomazione della nostra sensibilità.
C’è un concetto nelle scienze sociali che cattura questa resistenza dell’essere: quello di “resilienza”. In fisica la resilienza è la capacità di un materiale di riassumere la forma iniziale dopo essere stato sottoposto ad uno stress esterno. In psicologia resilienza è “la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.” (Wikipedia) In maniera analoga, in sociologia il concetto si applica ai gruppi sociali di fronte ad eventi traumatici e lunghe crisi: resiliente è la comunità che riesce a reagire a questi stress rielaborando le proprie visioni e relazioni, mantenendo così intatti coesione e capitale sociale.
Non v’è dubbio che questa lunga crisi abbia messo a dura prova la resilienza delle persone e della nostra società. Allo stesso modo sono sempre più sotto “botta” anche determinati valori, che, seppure non condivisi universalmente o non sempre praticati nei fatti, apparivano comunque consolidati e perlomeno lontani dall’essere posti in discussione nello spazio pubblico. Così è per la tolleranza, la solidarietà disinteressata, il dialogo e altri ancora. In qualche modo anche i valori, quegli stessi in cui noi UU crediamo, sono chiamati a mostrare una loro “resilienza” di fronte alla proposta di paradigmi valoriali alternativi.
Ma a ben guardare questa debolezza dei valori trova il suo fondamento nella disperazione di vite e persone che non riescono ad immaginare se stesse al di là della crisi. Come posso pensare al bene, alla felicità, alla libertà, alla dignità e al rispetto di tutti quando io, nel mio piccolo, tutto questo non riesco a vederlo per me? Per preservare i nostri valori liberali, non basta adempiere all’onere della loro testimonianza: bisogna agire sulle condizioni delle persone e sulla loro resilienza. Azione che in buona parte prescinde da noi ed eccede le nostre possibilità ed il nostro stesso dovere, ma che vede la fede protagonista nell’offrire la capacità e l’apertura personali senza la quali quella resilienza non avrebbe modo alcuno d’essere.
La religione è un enorme fattore di resilienza. Lì dove la pianta della fede ha radici profonde, essa sa piegarsi al vento senza esserne sradicata. Un po’ come il dente di leone, che abbiamo assunto come uno dei nostri simboli. Se, come dice Berger, la religione è il “tentativo di concepire l’universo come umanamente significativo”, una volta assunta come plausibile una qualsiasi risposta, essa non rappresenta solo un quadro concettuale per le proprie convinzioni. Essa ci spinge a rintracciare nella vita dell’universo stesso i movimenti che spingono verso quel senso. E’ così per chi crede in Dio ed in qualche modo ritrova nella sua volontà e nella sua azione il senso di quel che, nel bene e nel male, ci sta accadendo. Ma è così anche per chi rintraccia nella tensione della vita o nell’esigenza della natura umana le spinte ad una ricerca di senso, che non cessa di essere lì dove quel moto sembra arrestarsi, perché non limitata ad un tempo o un luogo, ma processo in atto nell’universo tutto. Tutto ciò non attiene alla religione in sé, ma piuttosto alla fede. Tuttavia è la religione lo strumento che offre alla fede la sua resilienza. Citando ancora Berger, la religione è la “struttura di plausibilità” della fede, raccontando attraverso una tradizione e rinnovando attraverso una pratica ed una comunità la realtà e l’efficacia di quella speranza in cui la fede confida.
Pensiamo a come il cristianesimo stesso sia un esempio di resilienza: esso si è formato a partire non dal fulgido successo di un profeta acclamato, ma dall’insegnamento di uno sconfitto, dallo sconcerto dei suoi seguaci dopo la morte del loro Maestro, dalla capacità di reinventarsi e rileggere quell’insegnamento alla luce di quella sconfitta (pur se, ahimè, molto spesso travisandolo). Il senso di sconfitta e di timore per il loro destino era tale tra gli apostoli che anche colui che porta la solidità della fede nel suo nome, Pietro, cede allo sconforto e nega il suo legame con Gesù. Eppure poco tempo dopo ritroviamo questo stesso Pietro a riorganizzare la comunità cristiana, a razionalizzare l’evento e riattivare le risorse personali e comunitarie, a riprendere la testimonianza con energie nuove.
Venendo alla nostra storia unitariana, il nostro calendario dell’avvento ci ha riproposto la storia del poeta unitariano Henry Wadsworth Longfellow, che scrisse “Le campane di Natale” pochi mesi prima della fine della Guerra Civile negli USA”. Il poeta cattura la disperazione provata dalla nazione dopo anni di guerra. Tratteggiata sulla propria esperienza di ritrovare la speranza dopo una tragedia, i versi finali celebrano l’eccezionale resilienza di gente che resiste in ogni modo al dolore e alla miseria fino a trovare le vie per sperare con fiducia in un giorno di “pace in Terra”.
Nel mio amato Taoismo, invece, la resilienza è connessa alla flessibilità del bambù, alla cedevolezza dell’acqua, alla capacità di affrontare il mondo senza imporsi, ma piuttosto modificando il proprio essere per liberare le risorse innate della vita. E’, dunque, il frutto stesso dell’adeguarsi volontariamente all’esperienza del Tao.
Certo, se è la fede stessa a perdere di plausibilità, la religione può ben poco. Qualcuno afferma che la religiosità liberale si è infilata da sola in questa scelta suicida. Collocare la salvezza in un aldilà non falsificabile e rintracciarne le risorse in interventi sovrannaturali è certamente più comodo. Se uno è disposto a crederci, nessun insuccesso del mondo può smentire una tale fede, che riposa in ciò che è oltre questo mondo. Ma per chi, invece, non è disposto a farlo non resta solo la disperazione: resta la possibilità di un reincanto credibile del mondo attraverso l’esperienza delle nostre connessioni con una vita che ovunque cerca di spingersi più in là, verso la sua piena ed universale dignità, sulla spinta del soffio vitale che la anima, come della tensione alla completezza che la realizza autenticamente. Questa è la fede che muove, magari con parole diverse e diversi riferimenti metafisici, noi universalisti unitariani.
Ma la fede in sé, in questo lungo gelo, è solo un seme riposto sotto la neve. Possiamo confidare che prima o poi cresca, affidarci alla natura o alla provvidenza. Se non fosse che noi essere umani siamo bravissimi ad interporre a questa spontanea potenzialità la schiera dei nostri errori, seppellendo sempre di più il seme fino a farlo soffocare. Oppure possiamo ricordarci di quale sia il compito della religione come supporto essenziale alla fede: noi siamo qui come “chiesa” per rappresentare la tenacia, la realtà e la credibilità di una speranza, che altrove viene data per morta od illusoria. Siamo giustamente preoccupati del terremoto che sta sconquassando i nostri principi e valori etici, ma il miglior modo per rispondere non è limitarsi ad erigerli come una bandiera. Il nostro compito è lavorare con le persone, con la loro disperazione e le loro difficoltà, offrire ad esse il racconto delle nostre esperienze, la prospettiva delle nostre visioni, il conforto delle nostre preghiere, la presenza della nostra comunità… insomma, tutto questo come il segno vivente e vissuto di un sole che non ha smesso di brillare anche sulle coltri bianche di questa era glaciale. Solo attraverso la resilienza della fede che li anima possiamo rendere davvero resilienti i nostri valori. Altrimenti un giorno il freddo finirà, ma il seme sarà morto e non potrà giovarne. “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”
Non posso, però, concludere un sermone che si intitola “L’era glaciale” senza una suggestione dalla “saga” di animazione dall’omonimo titolo. Ripensando ai personaggi, impegnati a sopravvivere tra mille peripezie alla lunga glaciazione, mi è venuto in mente che ognuno ha diversi fattori di resilienza di fronte alla crisi: la si può affrontare con la tenacia della tigre Diego, con il rigore morale dell’elefante Manny o con la solare leggerezza del bradipo Syd. Uno dei punti di forza del nostro essere UU è riconoscere la ricchezza di questa diversità e lavorare per una scommessa individuale e personale su ciascuno. Ma la risorsa attraverso la quale i nostri eroi riescono a superare le avversità è principalmente un’altra: la loro unità, la solidarietà ed il supporto reciproco, il loro sentirsi una famiglia. Ed ecco che, allora, anche il nostro essere comunità è un fattore di resilienza, che interviene direttamente sulle nostre vite, ma anche di riflesso sulle vite altrui, come dimostrazione che, se si permette alla crisi di dividerci ed isolarci, la nostra disperazione non può che farsi più profonda. Resiliente non è chi si chiude in sé, convinto che il miglior attacco è la difesa, ma chi piuttosto accetta di continuare a giocare la partita del mondo, dell’incontro con l’altro e con la vita.
Infiliamoci, dunque, le nostre sciarpe ed i nostri cappotti e non temiamo il gelo. L’era glaciale che stiamo attraversando prima o poi finirà, ma non sarà breve e prevedibile come l’inverno che in questi giorni inizia e già si predispone ad un futuro addio. Ma noi siamo qui, forti della coesione dei nostri legami e del calore aggiuntivo della nostra fede.

Nella Sacra Avventura,

Alessandro.

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