Il giovedì è per me il giorno più faticoso della settimana. La stanchezza del lavoro comincia a farsi sentire e l’orario lavorativo si protrae per il pomeriggio intero. Così, dopo un giorno passato tra contribuenti impauriti o arrabbiati, numeri e norme, non vedo l’ora di tornare a casa per una serata tranquilla, di quelle da addormentarsi davanti alla TV o leggendo un libro. Ma poi arrivi nella tua reggia… e ti ritrovi il salone pieno di bambini imbizzarriti o che tua moglie ha invitato qualcuno a cena. In quel momento la sala è per te la stanza più scomoda della casa. Anzi no, ce n’è sempre un’altra difficile da battere in questo primato dello spazio meno ambito dell’edificio: lo sgabuzzino del sottotetto. Immaginate me, un “cristone” di un metro e ottantatré per novanta e passa chili di pura legnosità, accucciarmi o persino sdraiarmi in quello spazio angusto, pieno di cose di vecchio o sporadico utilizzo, delle valigie per le vacanze, delle decorazioni per il Natale, delle attrezzature ginniche di un tempo, dei vari aggeggi utilizzati quando i figli erano infanti. Un luogo angusto e terribilmente caldo, da cui esco ogni volta provato nel fisico e nello spirito, contento al massimo dell’aver preservato la virtù nel non aver nominato il nome di Dio invano. Ogni casa ha i suoi luoghi scomodi. Eppure anche questi posti sono necessari ed è necessario viverli. E’ importante, anche quando siamo stanchi e desiderosi del raccoglimento della solitudine, stare con la nostra famiglia, confrontarsi e scambiarsi idee e sentimenti con gli adulti che la compongono, costruire serenità per i bambini che vi crescono, pur nel mezzo di quella confusione che ci destabilizza. Ed è importante anche quello sgabuzzino polveroso e scomodo, che non pullula certo della stessa vitalità, ma della vita dei nostri ricordi sì, come dell’utilità di risorse riposte lì in attesa di offrire ancora il loro servigio. La scomodità, temporanea o permanente, di queste stanze non li rende spazi estranei alla casa. Non sono meno “casa nostra” della camera in cui ci rifugeremmo a volte volentieri come adolescenti ad ascoltare musica in cuffia. Come una casa, anche una chiesa ha i suoi “luoghi scomodi”. Certo, in essa noi vogliamo sentirci accolti, in essa vogliamo sentirci scaldati e riempiti della partecipazione del Sacro, in essa vogliamo rispecchiarci nelle visioni di fondo, sentire una comunione di anime che corrobori il nostro resistere ed agire nel mondo. L’azione critica, eretica, della nostra tradizione unitariana ha rimosso molte di quelle “scomodità” con cui le “vecchie chiese” si presentavano al mondo, come il dogma incomprensibile o il rigore bigotto. Può forse sembrare, per questo, che la nostra chiesa abbia panche meno dure. Ma questa rimozione non è stata operata nel nome della comodità, ma nel nome della verità per come essa appare alla ragione e alla coscienza, ossia non come perentoria statuizione, ma come costante ricerca e faticosa costruzione. Una ricerca della verità che include il dubbio come sua ancella e la dignità umana come suo faro. Una ricerca della verità che comoda non lo è affatto, perché implica il costante rimettersi in discussione. E’ da questo cuore pulsante che si dipana il nostro peculiare modo di essere chiesa, che implica un costante dialogo, ma anche un inevitabile e scomodo confronto. Il nostro modo di essere chiesa ha scelto volontariamente di sedersi nel salotto affollato di voci discordanti. La nostra è una comunione di fiori differenti, che si riconoscono vicendevolmente come ricchezza. Lo ripetiamo quasi allo sfinimento, quasi fino allo scadere nella retorica. Ma siamo sicuri che stiamo comprendendo il senso di questa ricchezza? Purtroppo non sempre. Troppo spesso vedo un timore nel convivere e nel confrontarsi con le idee dell’altro, piuttosto che un atteggiamento di sano sforzo per capire, per mettersi nei panni altrui ed intendere le motivazioni del cuore dietro i movimenti del pensiero. Troppo spesso sento dire: “La tua idea è pericolosa” come un ostacolo posto al confronto ancor prima che questo avvenga, forti di convinzioni intellettuali, etiche e politiche, che si saldano in noccioli così impermeabili da non far trapelare più né il vento del dubbio, né il bagliore della reciproca comprensione. La diversità è ricchezza nella misura in cui costringe ad un confronto, rimette in discussione ed accetta l’attivarsi di una comunicazione in cui ciascuno sia cambiato ed accresciuto attraverso il dialogo. Accanto a questo, certo più nascosto, la nostra chiesa ha anche il suo scomodo sgabuzzino, in cui piegarsi nella polvere alla ricerca di risorse riposte come strumenti da tornare ad utilizzare. L’essere aperti a diversi cammini non vuol dire disconoscere il fatto di avere una lunga storia ed una ricca tradizione con cui confrontarsi ed a cui attingere per crescere nel nostro percorso spirituale. E la nostra storia è ricca di fior fiore di filosofi e poeti e di sistemi di pensiero (dal cristianesimo unitariano a quello universalista, dal trascendentalismo all’universalismo emergente fin all’umanesimo religioso), che possono ancora offrire stimoli e riflessioni su cui esercitare la sensibilità ed il pensiero. Anche quello con un patrimonio di idee, di elaborazioni, di simboli, è un confronto a cui chi entra in una chiesa non può sottrarsi, non per aderire pedissequamente alle sue risposte, ma ancora una volta per lasciarsi mettere in discussione dalle sue domande. Crescere spiritualmente attraverso la ricerca, il confronto, il dialogo: questo è (da sempre) il fine di una “buona” chiesa unitariana. Troppo spesso, invece, assistiamo (ahimè, non solo e non tanto tra di noi, ma un po’ ovunque) ad una visione distorta e svilita della partecipazione ad una comunità universalista unitariana, in cui si usa la chiesa al solo fine di legittimare le proprie idee, senza mai davvero accettare la sfida del metterle e mettersi in discussione. In qualche modo è come se si chiedesse alla grande casa dell’Universalismo Unitariano di avere solo un tipo di stanza: la cameretta in cui rifugiarsi per restare da soli con i propri pensieri, protetti dalle mura della casa dalle aggressioni del mondo esterno, ma non chiamati a vivere la scomodità delle altre stanze, in cui la casa ci chiede di condividere il nostro spazio con la presenza dei suoi abitanti o il racconto della sua storia. Con una battuta potremmo dire che la casa si trasforma in un albergo. Ma non sto dicendo che un momento di riflessione solitaria, di meditazione raccolta, di dialogo con se stessi non sia importante, anzi: è fondamentale. Ma lo è nella misura in cui quel momento è esso stesso ricerca di legami profondi con la vita e di esplorazione delle connessioni con le altre vite. Se così non è, allora è come mettersi le cuffie per non sentire la mamma che ti chiama e ti chiede se hai iniziato a fare i compiti. Così non si cresce, si rimane chiusi nella cameretta di un’eterna adolescenza spirituale. Qualcuno ritiene, però, che questo invito ad un confronto necessario non sia “Universalismo Unitariano”. Non lo sarebbe nella misura in cui implica una comunità “guidata” da persone che gestiscono questo processo, offrendo gli stimoli della nostra tradizione plurale ed invitando le idee di tutti a mettersi in gioco nel confronto. Quando, invece, per una simile visione dell’Universalismo Unitariano è il singolo, nella sua totale autonomia, l’elemento propulsivo e qualsiasi intento di canalizzare e convogliare un tale impulso finisce per essere un’imposizione che limita la libertà del singolo. Ognuno è libero di scegliere i modelli che ritiene e la tradizione può consegnarsi al passato. Il dialogo con l’altro è auspicabile, ma non può essere obbligatorio, solo una libera aggiunta. Credo che questo argomento sia fallace da due punti di vista. Il primo è nella concezione dell’essere umano che essa sottintende, come arbitrio incondizionato dell’individuo pienamente autonomo. Ma la libertà dell’essere umano non si costruisce affatto nella totale autonomia. L’essere umano è per definizione “creatura aperta”, aperta all’esperienza e al mistero, aperta alla relazione e alla socialità. La libertà umana è “maturità”, vale a dire capacità di scegliere nella consapevolezza di questa apertura connaturata alla propria umanità, delle relazioni con la vita e con le vite, delle possibilità e delle responsabilità che esse implicano. L’aver confuso la libertà con l’arbitrio incondizionato dell’individuo disconnesso e atomizzato è l’errore del pensiero “liberale” (in senso ampio), compreso quello unitariano, il cui prezzo storico stiamo purtroppo pagando adesso, con il ritorno di idee assolutamente illiberali, che però promettono la ricostruzione di “tessuti di unità”, ahimè attorno a piccole patrie piuttosto che alla nostra comune umanità. In questo contesto il pensiero ed il vivere religioso possono fare molto per rispondere a questa deriva, rimettendo l’individuo al centro delle connessioni in cui la libertà non è più espressione incondizionata di individui astratti, ma espressione concreta della propria umanità. Di qui nasce il secondo vulnus, che è nella concezione di chiesa ed in particolar modo di chiesa UU che questa visione implica. Se la libertà umana è maturità e l’esperienza religiosa può ad essa contribuire come veicolo di molteplici connessioni, allora la chiesa, anche la più aperta delle chiese come noi pretendiamo essere, non può solo essere luogo di accoglienza, ma deve essere “palestra dello Spirito”, ovvero luogo in cui quella maturità si esercita e si sviluppa, nel dialogo con lo Spirito, ma anche nel confronto con una comunità ed una tradizione che renda più recettivi all’esperienza spirituale. E’ più “unitariano” raccogliere questa sfida o semplicemente ed incondizionatamente accogliere. Non lo so, non sta a me dare i voti all’unitarianesimo altrui. Ma giova ricordare come la tradizione dell’unitarianesimo “bostoniano” si rispondeva alle diatribe tra cattolici e protestanti sulla salvezza tramite le opere o tramite la fede proponendo un terzo ed originale modello: la “salvezza attraverso il carattere”. Ci si salva, avrebbe detto un unitariano di allora, cercando di crescere e diventare una persona migliore. Ora, forse non abbiamo bisogno di tirar fuori dal ripostiglio le categorie impolverate della salvezza, ma la centralità dell’impegno unitariano alla crescita morale e spirituale dell’individuo merita la fatica di chinarsi in quello sgabuzzino arroventato del sottotetto per tirarla fuori. E con essa la necessità di una chiesa che sappia proporre, attraverso il dialogo della comunità e la riflessione sulla tradizione, sfide allo spirito di ciascuno per cimentarsi in questa crescita E’ terribilmente scomodo, lo so. Ma so al contempo che siamo chiamati a farlo. Nella Sacra Avventura, Alessandro.

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